Gli incompiuti: storie di film sognati

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

di Emiliano Morreale

(fonte immagine)

“Perché realizzare un’opera d’arte, se è così bello sognarla sognarlo?” La frase che Pier Paolo Pasolini, nei panni di un allievo di Giotto, pronuncia nel Decameron, poteva essere pensata forse solo da uno che faceva il cinema. Per varie ragioni, ma proprio per la sua natura e per il suo posto nel sistema delle arti e dei media, nel cinema il continente del mai finito, del progettato, del sognato, è più esteso che altrove. La storia del cinema è disseminata di film mai portati a termine, che diventano l’ossessione di un regista e dei suoi cultori; opere che magari si incarnano in quelle successive, o che vengono inseguite fino alla morte. Il Napoleone di Kubrick, il Mastorna di Fellini, l’assedio di Leningrado per Leone (e poi per Tornatore) sono esempi sempre citati, ma per ogni regista i progetti non realizzati sono quasi altrettanto importanti di quelli finiti. E’ da poco in libreria L’isola che non c’è. Viaggi nel cinema italiano che non vedremo mai (Cineteca di Bologna, 354 pp., 18 euro), una raccolta di saggi di Gian Piero Brunetta, decano della storia del cinema italiano, scritti in varie occasioni e che si addentrano nei territori dei progetti sfumati o sfiorati da registi più o meno grandi. Anche se alla fine del volume di Brunetta c’è una prima filmografia per autori (già enorme: quasi 60 pagine, più o meno 1500 titoli) il lavoro in quest’ambito è ancora agli inizi, sia nella raccolta dei materiali che nella definizione del campo.

Con Kubrick

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Il 7 marzo 1999 moriva Stanley Kubrick. Lo ricordiamo con un estratto da Con Kubrick, il libro, uscito per minimum fax nel 2009 e curato di Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket. Traduzione di Nefeli Misuraca.

di Michael Herr

Stanley era un buon amico, e una persona con cui era meraviglioso lavorare, ma era terribile stipulare accordi d’affari con lui, terribile. La sua insistenza a tirare sul prezzo era proverbiale, ed è vero che, quando si trattava di stipulare un accordo di lavoro, i soldi, che fossero suoi o della Warner Bros., arrivavano sempre lentamente ed erano pochi, e a volte non c’erano proprio, a meno che tu non fossi una star assolutamente necessaria, e anche così lo tormentò per anni il pensiero che in Shining Jack Nicholson avesse fatto più soldi di lui. Ammesso che, credo di dover aggiungere, Jack Nicholson li abbia fatti davvero.

Il cinema di Michael Mann

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Si è conclusa ieri l’edizione numero sessantanove della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Quest’anno il ruolo di presidente di giuria è stato affidato a Michael Mann. Pubblichiamo un estratto da «L’occhio del regista. 25 lezioni di maestri del cinema contemporaneo», a cura di Laurent Tirard. Traduzione di Paola Biggio.

Michael Mann
Chicago (Illinois), 1943

Ci è voluto molto tempo a Michael Mann perché il suo valore di cineasta venisse riconosciuto. Fino all’inizio degli anni Novanta, si guardava a lui principalmente come a un regista di serie b, con una notevole capacità di creare delle atmosfere. E anche se può apparire strano che alla fine sia stato notato con un film come L’ultimo dei mohicani, probabilmente è stato perché quell’imponente progetto romanzesco gli ha permesso di provare il suo eccezionale talento di narratore. Talento che ha confermato in seguito con Heat – La sfida e Insider – Dietro la verità, incontestabilmente due dei film più straordinari degli ultimi vent’anni.