La frontiera: un tavolo “migrante” sulle migrazioni

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Oggi pomeriggio presso WEGIL  (ore 18.30) ci sarà un incontro – ricordo di Alessandro Leogrande. Interverranno tra gli altri Nadia Terranova, Vittorio Giacopini, Emiliano Sbaraglia, Nicola Villa. Il pezzo che segue è uscito su “Robinson – Repubblica”, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Nel giro di qualche giorno il presidente dell’ex paese più potente del mondo è riuscito a esprimersi come un perfetto membro del Ku Klux Klan, mentre il rappresentante di una delle forze politiche più rilevanti nel paese che inventò il fascismo ha espresso l’urgenza di difendere la “razza bianca” in campagna elettorale. «La difesa della razza» era il quindicinale che in Italia, dal 1938 al 1942, eccelleva nello sforzo demenziale di dare una giustificazione scientifica alla Shoah.

Stregati: la cinquina

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E così, “abbiamo la cinquina”. In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli

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Proseguiamo la rassegna dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega con La femmina nuda, il romanzo di Elena Stancanelli. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Le storie e i personaggi di Annie Ernaux

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Questa intervista è uscita su D – La Repubblica, che ringraziamo.

— Sul serio le piace Via col vento?
— Moltissimo, ma il romanzo, non il film.

Annie Ernaux, seduta in un albergo di Trastevere insieme al suo editore e traduttore, Lorenzo Flabbi, ride di gusto. È una donna molto bella, oltre a essere una scrittrice imprescindibile. In Italia è arrivata tardi e grazie a lavoro accurato di questa piccola casa editrice romana, L’orma. Via col vento, scopro appena torno a casa e mi precipito su Amazon per comprarlo, è di Margaret Mitchell, che ha scritto solo questo libro ma ci ha vinto il premio Pulitzer nel 1937.

Wes Anderson all’Esquilino

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

È arrivato naturalmente in treno, Wes, che odia l’aereo; alla stazione Termini, con un Frecciarossa e prima ancora con l’Orient Express, quello restaurato, da Parigi, dove risiede la più parte dell’anno. E peccato che ad accoglierlo a Roma sia stata una stazione Termini moderna coi marmi mazzoniani, e forse tassinari anche abusivi e non invece facchini africani in uniforme blu col filetto d’oro come a Milano, con quelli sarebbe impazzito Wes.

Wes Anderson, il poeta della nostalgia foderata in pelle, è stato a Roma. Una Roma naturalmente non contemporanea, una Roma-mondo tutta sua, un “Mondo Monda”, come il cortometraggio dedicato al suo alter ego italiano, Antonio Monda, personaggio dei più andersoniani e direttore della Festa del cinema che l’ha celebrato. Chissà se c’era Mondo Monda ad accoglierlo sotto l’ala mazzoniana; e piace di più però immaginare Anderson, col suo seguito di bauli, spostato un secolo in là, come un Emile Zola che come lui arrivava da Parigi, in treno, nelle annotazioni e making of del suo romanzo Roma.

Elena Stancanelli intervista Nanni Moretti

Shots from "Mia Madre"

Questa intervista è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Nella foto, una scena del film Mia madre di Nanni Moretti)

L’ultimo film di Nanni Moretti si intitola Mia madre. Semplicemente. È un film potente, commovente, importante. Racconta il nostro spaesamento di fronte alla morte. La protagonista, Margherita, è una regista che sta girando un film ambientato in una fabbrica. Mentre insieme al fratello Giovanni, ingegnere, assiste la madre – sempre più debole, sempre più confusa – in ospedale.

Incontro Nanni Moretti nel suo studio, alla Sacher Film.  

«Semplicemente… La semplicità… Non so. Cos’è la semplicità? Mia madre mi sembrava il titolo giusto, ecco».

Figurine mondiali, seconda parte

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

Le tragicomiche disillusioni infantili secondo Simone Lenzi

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“Mali minori” di Simone Lenzi, catalogo di tragicomiche disillusioni infantili in forma di racconto, crea con il lettore una complicità addirittura equivoca, incestuosa.  Colpisce con tanta esattezza che sembra quelle storie zen, quelle in cui l’arco, l’arciere la freccia e i bersaglio sono tutti la stessa cosa. E questo nonostante la professione di distanza premessa dallo scrittore. “La maggior parte delle storie qui raccolte”, scrive nell’avvertenza, “trae spunto da testimonianze che nel corso degli anni mi sono stare rese dalle persone più varie… Poche, invece, dai miei ricordi di infanzia.”. Non sono io Madame Bovary, chiaro? Nè Silviamorelli, A minuscola, Francesco, Milo, Boddissimo… D’accordo. Niente auto-biografismo, nessuna melensa lagna sentimentale.

Il Grande Romanzo Americano di Philipp Meyer

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Serate passate in veranda a bere whisky col cielo che si tinge di rosso. Indiani sulle tracce di orsi e lupi. Pianure così vuote e uniformi che lasciano vedere la curvatura della terra. Ragazze iscritte al college che cercano un compagno per un ballo cruciale. Nonne che sorseggiano sherry, nonne che regalano collane di perle. Notti texane illuminate dal fuoco dei pozzi di petrolio e la pelle bellissima di una giovane messicana. L’improvviso desiderio di andare in gita a Barton Springs, sdraiarsi sull’erba a guardare la gente nuotare – le coppie che amoreggiano, i ragazzi che giocano a football. Cos’altro raccontare dell’America?

Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.