Lux, la narrazione assennata e piena di grazia di Eleonora Marangoni

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Ci sono libri che è opportuno rileggere due volte: la prima volta per percepirne il sapore, e la seconda per metterne a fuoco la storia. Sono i romanzi che compiono un investimento speciale nelle atmosfere avvolgenti, nello stile ricercato, in una lingua sorvegliata ed esatta, e nei quali gli eventi narrati sembrano passare in secondo piano, come oscurati dal nitore e dalla forza dell’espressione. Affrontando queste opere, a una prima lettura si corre il rischio di non riuscire a cogliere perfettamente le relazioni tra gli avvenimenti descritti, perché è facile lasciarsi distrarre dalle suggestioni evocate dal racconto. Ed è solo leggendole nuovamente che i nessi causali e temporali acquisiscono una rigidità più definita e articolata, e si riesce a percepire la storia con il necessario livello di esattezza.

È il caso di Lux (Neri Pozza), romanzo d’esordio di Eleonora Marangoni, una scrittrice che, per quanto ancora giovane,ha già sviluppato una visione del mondo originale e matura, ed è dotata di un’assennatezza scintillante e piena di grazia. Marangoni, che negli anni passati si è fatta conoscere per i suoi studi su Marcel Proust, confeziona un libro capace di cogliere l’energia segreta delle cose, la linfa nascosta che le innerva e da cui la storia a poco a poco si dipana.

Humboldt e l’invenzione della natura

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Eleonora Marangoni

Tutte le lingue nascondono parole intraducibili di incomparabile bellezza, e il tedesco ne possiede una di grande minuzia e portata universale. La parola è Fernweh e significa, letteralmente, “nostalgia di posti lontani in cui non siamo mai stati”. Pare sia stata coniata attorno al 1835 dal principe e paesaggista tedesco Hermann Pückler-Muskau, e alzi la mano chi non ne è mai stato affetto.