Il principe Myškin e altri idioti. Appunti per un’ipotesi anagrafica

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Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all’uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità.

In America si scontrano le culture della fiction

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Questo pezzo è uscito, in forma leggermente abbreviata, su Pagina 99. (Nella foto: Lena Dunham in Girls)

di Francesco Guglieri 

Alla fine della terza stagione di Girls, Hannah, la protagonista interpretata da Lena Dunham, decide di abbandonare New York per andare a studiare scrittura creativa alla Iowa University. Nota bene: Hannah non punta a scrivere il Grande Romanzo Americano (con tutta la tradizione di sottintesi che si porta dietro: una gara tra Maschi Bianchi Morti e i loro omologhi viventi a chi ce l’ha più lungo), ma un libro a metà tra memoir e il personal essay – immaginate qualcosa di simile a Sheila Heiti o Joan Didion.

Ecco, se vi serviva una rappresentazione plastica del campo letterario americano oggi, non potevate chiedere di meglio: da una parte abbiamo New York City, le case editrici di Manhattan, gli anticipi a sei cifre, gli agenti, le vendite all’estero, le feste in cui “non posso andarmene se prima non conosco Mitchiko Kakutani”. Dall’altra le università con i MFA (Master of Fine Arts) e i loro corsi e diplomi in scrittura creativa – e prima fra tutte proprio Iowa, nelle cui classi di creative writing passarono, come insegnanti, studenti o entrambi, Cheever (ci insegnò un semestre) e Carver (che fu suo allievo), T.C. Boyle, Marilynne Robinson, Michael Cunnigam e molti altri.