Umberto Eco, un grande italiano

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

Una specie di guerra

Pino Pascali Cannone Bella Ciao (1965)

Questo articolo è uscito su Artribune.

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere.

Di cavarsela.

E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.

Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.

E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il ‘fighettismo’ che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale?).

Elio Pagliarani, la poesia che agisce

eliopagliarani

(Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.

Una generazione in versi

Life

Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell’Italia berlusconiana, un’Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.