C’era una volta l’America

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto […]

Discorsi sul metodo – 20: Valeria Luiselli

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Valeria Luiselli è nata a Città del Messico nel 1983. Il suo ultimo libro edito in Italia è Volti nella folla (La Nuova Frontiera 2012)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Di solito sono contenta se faccio una pagina. Quindi circa duemila, duemilacinquecento battute, anche se non le conto così nel dettaglio. Dato che alla fine conta la qualità, a volte mi va bene anche fare sette righe, se sono buone. Poi ovviamente le attese cambiano a seconda di cosa si sta facendo. Ora sto scrivendo un romanzo per frammenti, e quindi la quantità diminuisce ulteriormente. L’importante è tenere un passo regolare, cercare di mettersi al tavolo tutti i giorni.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Comincio rigorosamente alle ventuno di sera e vado avanti fino alle tre o quattro di notte. A volte, se ho più energie o sono in mezzo a un momento particolamente importante, anche le cinque. Per scrivere ho bisogno di blocchi di ore considerevoli, ci metto molto a trovare il ritmo, a reinnescarmi. Se mi dai due ore non ci faccio niente, neanche comincio. Sei è il minimo per compicciare qualcosa.

Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay

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di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

L’estasi dell’influenza

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di Francesco Guglieri

Questa settimana ho percorso quarantaquattro chilometri a piedi per la bellezza di 61.470 passi.

A volte mi chiedo se è lo spirito del tempo a dare forma alle nostre ossessioni o se, al contrario, sono le nostre ossessioni (da cui i desideri, da cui i bisogni, da cui le merci) a definire lo spirito del tempo. Me lo chiedevo piuttosto oziosamente quando la settimana scorsa ho iniziato a usare un programmino: un’app per l’iPhone che tiene traccia dei miei tragitti, del tempo e dello spazio percorso, con tanto di conteggio dei passi. Non mi considero una persona particolarmente ossessivo-compulsiva, al contrario, ma ammetto che ho sempre subìto il fascino degli elenchi, delle liste, degli archivi personali: le città visitate, i ristoranti in cui ho mangiato, i film visti e, soprattutto, i libri letti. Di fatto poi, proprio perché non sono un autentico ossessivo compulsivo, quando iniziavo a tenere questi diari in forma di elenco di solito smettevo di farlo dopo pochi giorni o un paio di titoli segnati. Il mal d’archivio, come sa bene Derrida, è una patologia della memoria, e cioè dell’identità: come se, facendo un elenco dei libri letti, ad esempio, potesse emergere un autoritratto fedele di me, qualcuno, un avatar, un doppio, che potesse dirmi chi sono, dal momento che io no, non lo so chi sono. Un qualcosa che ricordasse al posto mio ciò che ero stato, anche se solo attraverso la memoria di ciò che per definizione non sono io: oggetti, cose, scritture.