Tutto è possibile. Intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine).

«Ciò che mi interessa principalmente è scrivere a proposito delle persone, senza accontentarmi di un solo sguardo», ha ripetuto spesso Elizabeth Strout, una delle autrici statunitensi più note, rispettate e ammirate. A Mantova, nei giorni del Festivaletteratura appena finito, è stata forse l’ospite più ricercata, circondata dall’affetto dei lettori.

Nel 2009 la consacrazione con la terza opera, Olive Kitteridge, che le è valsa il Pulitzer. Lei, originaria del Maine, a New York ha costruito la distanza necessaria a raccontare con una cura unica, asciuttezza e con empatia paesaggi interiori ed esteriori della provincia americana, scavando dentro esistenze ferite che ritroviamo nell’opera più recente.

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout

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(fonte immagine)

Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper.

La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Variazioni su un tempo di mezzo

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Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri

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È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Intervista a Elizabeth Strout

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Questa intervista è uscita sull’ultimo numero del Mucchio. (Fonte immagine)

Stava aspettando me, immagino. Mi scusi per il ritardo”. Neanche cinque minuti di attesa, in realtà, in una giornata che minaccia continuamente pioggia, una minaccia che è destinata a non avere seguito, se non a notte fonda; ecco Elizabeth Strout, con impermeabile leggero, accompagnata dal marito e dallo staff Fazi, il suo editore italiano: il marito, in tenuta da autentico americano in vacanza con tanto di calzoni corti, si congeda, armato di macchina fotografica. Si danno appuntamento al termine dell’intervista. “Anzi, mi sa che dopo mi riposo un po’”, dice Strout.

Ha quasi sessant’anni, ma possiede un’aria giovanile – oltre che modi estremamente garbati – la scrittrice di Olive Kitteridge, il romanzo premiato nel 2009 con il Pulitzer, come amano sottolineare le bandelle che accompagnano i suoi libri, da Amy e Isabelle (probabilmente la sua opera migliore) fino all’ultimo romanzo, I ragazzi Burgess, storia che si muove lenta, procedendo per accumulo di dettagli, tra il Maine e New York.  “L’idea per il romanzo mi è venuta leggendo un articolo su un giornale”, spiega Strout. “L’articolo raccontava un episodio simile a quello che poi ho scritto nel libro: c’era quest’uomo nel Maine, che getta una testa di porco dentro una moschea. Poi, ovviamente, ho lavorato sulla storia, romanzando l’episodio. Ho reso il personaggio giovane, perché nella realtà era più anziano e realmente razzista. Il mio protagonista, invece, è – come dire – più confuso, mosso da ignoranza mista a intolleranza”.

Sofia si veste sempre di nero

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Riprendiamo un testo di Paolo Cognetti, uscito sul suo blog, che racconta «Sofia si veste sempre di nero». Stasera Paolo Cognetti incontra i lettori romani alla libreria minimum fax. (Foto di Henri Cartier-Bresson)

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto – l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono – e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale.