“La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola

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“Avremmo anche potuto congedarci come due persone felici di aver soddisfatto il proprio desiderio, dato che la linea di partenza della speranza si trovava in regioni non dolorose.”

Precarietà, questa parola, uno dei termini centrali per identificare in poche sillabe i nostri giorni. Lavoriamo in condizioni di perenne precariato, viviamo in case dall’arredo provvisorio, le nostre situazioni sentimentali sono ben lontane dall’avere una qualche somiglianza con la stabilità. Siamo in contatto costante con il mondo eppure siamo soli. I nostri amici o sono lontani o non riusciamo a vederli. Nuotiamo, respiriamo a fatica in una sorta di mare di latta, una specie di miraggio bianchissimo che ricorda da molto vicino la bottiglia d’orzata in un cui galleggiava Milano di cui cantava De André.

Il punto è che non c’è più alcuna fuga in tram da tentare. Il presente è quattro mura prese in affitto in quartieri troppo lontani dal centro,  è due di queste mura che subaffittiamo perché non arriviamo a fine mese, rinunciando ad altro spazio, altra aria.