Musica celestiale: intervista a Rick Moody

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Non è un mistero che l’autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all’attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell’accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l’autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

“Io e Springsteen, la stessa collezione di dischi”: intervista a Grant-Lee Phillips

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Questa intervista è uscita su SUONO di maggio.

Dopo lo scioglimento dei Grant Lee Buffalo, Grant-Lee Phillips ha intrapreso un’ispirata e coerente carriera solista che ne fa oggi un autorevole sopravvissuto alla follia collettiva che investì la musica americana negli anni Novanta. Benché ormai fuori dai circuiti che contano, costretto ad autoprodursi il nuovo album “Walking In The Green Corn” con il contributo dei fans, Phillips non ha mai fatto mancare, a chiunque abbia avuto l’ardire di continuare a seguirlo a dispetto delle mode, cuore e sudore, melodie cristalline e una voce calda e seducente come poche (miglior voce dell’anno nel 1995 per Rolling Stone). In “Walking In The Green Corn” il suo viaggio in solitario tocca per la prima volta in modo profondo le sue origini indiane, i temi della tradizione, dell’eredità, del sangue. Basta un solo ascolto delle ballate “Buffalo Hearts” e “Bound To This World” per essere rapiti dall’intensità che l’artista è riuscito a racchiudere dentro piccole composizioni acustiche di tre minuti.

Grant-Lee Phillips oggi è un autore di culto, che non rinnega il successo ma nemmeno si ostina a cercarlo, un cantore di scenari disadorni, poveri, selvaggi che sarebbe piaciuto a Thoreau. L’abbiamo incontrato per farci spiegare l’ultimo lavoro e per ricordare i tempi di gloria in cui non era raro sentire parlare dei Grant Lee Buffalo come della migliore rockband del pianeta.

Intervista a Hugh Laurie

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell’immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell’omonima serie: ma ora, a cinquant’anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L’altra sera abbiamo fatto un’ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers

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Questo pezzo è uscito nel 2002 sul sito di minimum fax. Traduzione di Martina Testa.

Il sarcasmo o Bob Dylan o Una lunga conversazione fra due persone in gamba

Jonathan Lethem: Quello che mi è piaciuto particolarmente della nostra discussione su Dylan è che abbiamo cominciato a individuare un fenomeno interessante: il classico impulso, da parte del fan e del critico, a scegliere un periodo della produzione di Dylan come “l’unica parte valida” per poi accomunare tutto il resto in un’unica onnicomprensiva condanna: come se Dylan dovesse vergognarsi della sua continua produttività, come se la mole imponente del suo lavoro fosse una specie di crimine o di malattia che minaccia l’ascoltatore o il suo rapporto con gli album che ama. E, come hai sottolineato tu, dietro la presunzione di quel tipo di rifiuto si nasconde – in maniera particolarmente intensa – una specie di confusione istintiva e spaventata di fronte alla continua ricerca di quell’artista, all’ostinata determinazione con cui pratica la sua arte, alla sua disponibilità alla sperimentazione, alla crescita e al fallimento. Come se, quando un artista è troppo prolifico, troppo generoso, scattasse un interruttore che lo fa improvvisamente apparire come un insulto al suo pubblico.