Sam Phillips, l’inventore del rock’n’roll

samelvis

Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giuliano Malatesta

L’ingresso degli studi della Sun, all’incrocio tra Marshall e Union Avenue, dove un giorno Bob Dylan si inginocchiò per baciare il pavimento in segno di rispetto, è piccolo e anonimo, evidenziato da una chitarra Gibson gialla in formato gigante che ruota instancabile sopra la porta.

La fama, invece, è infinita. Perché in questo vecchio edificio di mattoni rossi di due piani una manciata di chilometri fuori downtown Memphis, un ragazzo bianco dell’Alabama a cui sarebbe piaciuto fare l’avvocato per difendere gli oppressi del mondo diede il via, inconsapevolmente, alla più grande rivoluzione musicale della storia. Che cambiò in maniera permanente “la faccia della cultura popolare americana”, per usare le parole di Jimmy Carter.

Bob Dylan secondo Francesco De Gregori

degregori

Questa intervista è uscita sul Fatto Quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine)

di Malcom Pagani

A Roma immaginava topi attraversare Via Frattina, a Milano trova gatti nei navigli: “Ne ho appena visto uno passato a miglior vita, scorreva nel canale” dice serio, mentre altra acqua sta per scendere dal cielo e i lampi del suo nuovo disco – De Gregori canta Bob Dylan-Amore e furto – promettono più tempesta che consolazione. Non c’è quiete nelle 11 magnifiche canzoni che Francesco De Gregori manda nei negozi da oggi con Caravan/SonyMusic, iniziando un tour nelle Feltrinelli che precede quello nei teatri, al via dal 5 marzo dell’anno che verrà. Si scrive a un amico anche qui, in questa perfetta fusione tra le melodie di Dylan e la traduzione di De Gregori: “Che non è mai interpretazione perché tradurre è un conto, penetrare in quel che voleva dire Dylan è un altro. Non lo sa nessuno e il mio disco non lo svela. Io ho cercato di restituire la fedeltà dei testi e ho curato la musica al solo scopo di farla viaggiare”.

Il grande deserto americano

Delicate_arch_sunset

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

Storia collettiva e storia individuale. “Gli anni” di Annie Ernaux

anniee

(fonte immagine)

di Matteo Moca

Eric Hobsbawm, nel suo fondamentale saggio Il secolo breve, scriveva di come il ‘900 potesse essere ridotto, in una sua schematizzazione, in tre fasi: quella della violenza delle due guerre, l’età dell’oro fino alla metà degli anni ’70 e quella che lui stesso definisce la “frana”, che arriva circa fino al dissolvimento dell’Unione Sovietica. Nella sua particolarità questo secolo oltre che breve può essere definito, con un’inerzia che giunge fino ai nostri anni, anche veloce, il secolo in cui si è iniziato a sperimentare la velocità: basti pensare alla durata che gli oggetti hanno oramai assunto, ai tempi di percorrenza di grandi distanze e al continuo sviluppo tecnologico che rischia continuamente di gettare nell’obsolescenza. Quello che Annie Ernaux tenta in Gli anni (romanzo uscito in Francia nel 2008 e tradotto, dopo il meraviglioso Il posto dello scorso anno, sempre da L’Orma Editore e sempre in maniera molto accurata e precisa da Lorenzo Flabbi) è di indagare come il tempo vissuto si trasformi nel tempo della nostra vita e lo fa scrivendo un romanzo autobiografico che intreccia la sua storia personale con quella collettiva, disegnando un affresco che si impone come cronaca del nostro mondo. Il viaggio personale di Annie Ernaux comincia con il secondo dopoguerra, gli anni subito successivi alla Liberazione, con i momenti conviviali vissuti da bambini e di cui si capisce ben poco se non che i tedeschi erano stati rimandati a casa e che adesso c’è abbastanza cibo per alzarsi da tavola sazi e non conoscere più la fame, e si conclude nei nostri giorni, nel mondo della “società dei consumi” in cui viviamo oggi.

Rock e cinema. Che cosa resta

brewviews_wildatheart.widea

È da poco uscito il nuovo numero di “Cineforum” con – tra le molte cose – un inserto su cinema e rock con scritti di Roberto Manassero, Matteo Marelli, Simone Emiliani. Invito i lettori di m&m a leggere la rivista e visitare il sempre attivisimo sito di Cineforum. Ringrazio il direttore Adriano Piccardi per avermi interpellato sul tema. Questo il mio intervento.

Quale futuro ha il già ambiguo sodalizio tra cinema e rock ora che Brown Sugar è diventata musica da aeroporto e le note di John Lennon accompagnano senza imbarazzo le pubblicità di banche e compagnie assicurative?

Ci ha messo mezzo secolo e forse anche meno, il genere che nacque dal magnifico furto di Elvis Presley ai danni di Chuck Berry e forse iniziò a suicidarsi coi Sex Pistols durante il Giubileo d’argento della regina Elisabetta, per invertire l’onere della prova davanti all’opinione pubblica (se ai benpensanti degli anni Cinquanta che guardavano l’Ed Sullivan Show doveva dimostrare di essere socialmente accettabile, adesso un rocker che compaia su uno schermo televisivo – all’Isola dei famosi ci è finito perfino Johnny Lydon – è reazionario fino a prova contraria).