Orientalismo. Arthur Rimbaud a Java e Luigi Ontani a Bali

ontni

Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo (fonte immagine)

La mia percezione di Bali è stata scossa dalla lettura di un libro notevole di qualche anno fa scritto da Lawrence Osborne e intitolato “Il turista nudo” (Adelphi). Lo scrittore inglese definisce l’isola una “Disneyland indù” e spiega come l’immagine di una “Bali magica”, perla di antico induismo giavanese sopravvissuta all’islamizzazione, sia un “artificio coloniale” nato nel corso del novecento per opera di artisti e antropologi: in prima linea Walter Spies, Margaret Mead e Gregory Bateson, ma anche Clifford Geertz e numerosi altri.

Al di là delle discoteche di Kuta, Bali è un luogo così pregno di sacralità e cultura fuori dal tempo, che per l’occidentale di passaggio è difficile credere che tutta quell’arte, ritualità, sensibilità estetica diffusa, siano solo il prodotto di una tradizione reinventata sulla scia dell’esotismo dei personaggi su citati.

La necessità della purezza: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani

bajani

Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

“La forma delle rovine”, complotti come opere d’arte collettive

gaitan

Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

Sarà capitato a tutti ascoltare qualche immonda solfa dietrologica sull’11 settembre. Confesso che, pur trovando in genere divertente e addirittura poetica la follia umana, quella storia della CIA che riempie di esplosivo le Torri Gemelle, senza che nessuno se ne accorga, ha il potere di mandarmi in bestia.

Il mai troppo compianto Umberto Eco coniò una definizione perfetta di questo tipo di fissazioni: il «pensiero pirla». Possiamo riderne, ma ci vedo anche un risvolto tragico e ripugnante. Anche in queste forme di imbecillità tutto sommato innocue, sembra realizzarsi l’incubo di Primo Levi: che nessuno creda più ad Auschwitz. È dunque con grande empatia che ho gustato la scena in cui il protagonista della Forma delle rovine di Juan Gabriel Vásquez rompe il naso a un tipico esponente dello peudo-pensiero paranoico, tirandogli un bicchiere in faccia. Ma siamo solo all’inizio del lungo romanzo dello scrittore colombiano, nato nel 1973 e già noto in Italia per altri libri, tra i quali va ricordato almeno Il rumore delle cose che cadono.

James Salter, la solitudine del pilota-scrittore

salter

Questo pezzo è uscito su Alias/Il Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Emanuele Trevi

Si può considerare The Hunters, il primo libro di James Salter, un caso concreto di quel terribile amore per la guerra studiato da James Hillman in un saggio memorabile del 2004? Come sempre più spesso accade nell’editoria italiana a questo bel romanzo, pubblicato nel 1956 e in parte riscritto nel 1997, è stato affibbiato un titolo del tutto arbitrario ed insignificante, Per la gloria (trad. di Katia Bagnoli, Guanda, pp.281, euro 18,00).

Una soluzione come Piloti di caccia sarebbe rimasta onorevolmente nell’area semantica dell’originale; probabilmente suonava un po’ troppo “guerresco”. Questo piccolo dettaglio di bottega potrebbe essere addirittura l’indizio di un certo imbarazzo. Il libro non è certo truculento, e tanto meno apologetico, ma il punto di vista dell’autore può suonare quantomeno inattuale. Il 1956 è un anno di svolta per il capitano dell’aereonautica militare americana James Horowitz, che in occasione del suo esordio letterario prende il nom de plume di James Salter e abbandona l’esercito.

Nel giardino di Pia Pera

garden

di Emanuele Trevi

Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera (Ponte alle Grazie, pp.216, euro 15,00) è un finale di partita, la cronaca di una malattia inesorabile, l’ultima immagine del mondo elaborata da un essere vivente che sente arrivare la fine. L’unica forma possibile del libro era quella del diario proprio perché questa immagine del mondo è mutevole e sfrangiata come una nuvola, e non smette di cambiare e di arricchirsi col passare del tempo, mentre le cose continuano ad andare di male in peggio.

Come la selva oscura di Dante, la malattia è un luogo e una condizione di cui è difficile riferire precisamente come ci si è entrati. Anche la prima avvisaglia è in realtà una manifestazione dell’irreparabile. Un giorno qualcuno fa osservare a Pia che cammina zoppicando leggermente. Quel minimo atto di consapevolezza è una frattura che inaugura un tempo del tutto diverso da tutto ciò che può essere presentito, immaginato, appreso dall’esperienza di altri. Non solo perché la mente deve adattarsi a un’emergenza. Questo adattamento infatti è di per sé sempre provvisorio, ogni giorno che passa portando ulteriori difficoltà, erigendo nuove barriere fra l’io e il possibile.

La morte in giacca di piume: l’autofiction di Helen Macdonald

hawk

Questa recensione è uscita su Alias, l’inserto culturale del Manifesto. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Emanuele Trevi

Helen Macdonald ha studiato e insegnato letteratura a Cambridge, ma è anche una naturalista, un’esperta ornitologa con la passione dei rapaci e le loro complesse, delicatissime tecniche di addestramento. Nel 2014, ha pubblicato H is for Hawk, un memoir o meglio un’auto-fiction che si è guadagnata rapidamente un grande e meritatissimo successo, nonostante il fatto che l’arte della falconeria è un argomento del tutto remoto dalla sensibilità e dalle capacità di immaginazione della maggior parte dei lettori.

Armi e Bagagli, un diario dalle Brigate Rosse

corraini

Pubblichiamo di seguito la prefazione di Emanuele Trevi a Armi e Bagagli, il memoir di Enrico Fenzi ripubblicato da Egg Edizioni, e un estratto dal primo capitolo del libro. La prefazione di Emanuele Trevi, che ringraziamo, accompagnava l’edizione Costa & Nolan. L’illustrazione è di Pietro Corraini.

Cause ed effetti

di Emanuele Trevi

Per introdurre Armi e bagagli di Enrico Fenzi mi sarà necessario condividere almeno in parte gli stessi rischi che l’autore ha affrontato scrivendo la sua opera. A farmi accettare questi rischi non basterebbe nemmeno la profonda amicizia che mi lega a Enrico: l’argomento decisivo, in questi casi e di fronte a una materia così spinosa, non è, non può essere che il grande valore di questo libro, non a caso arrivato alla sua terza edizione (ora alla quarta, ndr). Ma è proprio intorno e in conseguenza a questa nozione di “valore” che iniziano i guai. A primo impatto, infatti, potrebbe anche suscitare fastidio e addirittura ripugnanza l’elogio delle qualità letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rosse.

Il popolo di legno

pinocchio

Da qualche giorno è in libreria Il popolo di legno (Einaudi), il nuovo libro di Emanuele Trevi, testo sorprendente, di potenza kafkiana. Di seguito ne pubblichiamo un estratto, ringraziando l’autore e l’editore.

di Emanuele Trevi

Nel paese dove il Topo era nato e cresciuto si entrava percorrendo una lunga strada in discesa, che portava alla piazza principale. Visibile fin dall’inizio del pendio, dominava gli altri edifici della piazza, piuttosto modesti, una grande casa a due piani con i balconi di ferro battuto, il tetto di tegole e il portone di pietra.

La breve vita felice di Rocco Carbone

rocco_carbone

Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l’introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene (Mondadori). (Fonte immagine)
Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

L’età della febbre

68_

A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]