Dalla parte dei vinti: il reportage “dalla fine del lavoro” di Angelo Ferracuti

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Il libro precedente di Angelo Ferracuti si intitola Andare, camminare, lavorare, edito da Feltrinelli e uscito nel 2015, e consiste in una sorta di viaggio in Italia riletto attraverso l’esperienza dei portalettere. Quel libro rappresenta un altro tassello di quell’opera di mosaico che lo scrittore di Fermo sta portando avanti da tempo, con le sua capacità di abile narratore di reportage, in grado di indagare con intelligenza i sussulti sociali e le trasformazioni lavorative italiane.

Attraverso questo interessante punto di vista che si compiva nella frequentazione di Ferracuti di 53 portalettere di cui indagare la storia e il lavoro, il libro, costruito appunto attraverso l’accostamento di questi microcosmi, interpreta l’Italia in movimento, attraverso un metodo che osserva empaticamente con gli occhi degli altri i cambiamenti, ma aggiunge, in punta di piedi e sempre con cognizione di causa, anche una interpretazione personale, mossa da una insaziabile spinta interrogativa.

Mors Tua, il romanzo ritrovato di Matilde Serao

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©Archivio Publifoto/Olycom

Stroncata da Renato Serra, apprezzata da Benedetto Croce, esaltata da Giosuè Carducci, la scrittura di Matilde Serao torna alla nostra attenzione grazie allo Studio Garamond, che riporta in vita l’ultimo grande, oblìato, romanzo della scrittrice indissolubimente legata a Napoli (benché nata a Patrasso), Mors Tua (1926).

Il romanzo nacque come denuncia delle conseguenze devastanti della guerra sulla vita quotidiana delle persone comuni.

Un giorno con Raffaele La Capria

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

Il paradiso dei gatti

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È uscita da poco Gatti – I racconti più belli, antologia pubblicata da Einaudi dedicata ai felini, con storie di Balzac, Doris Lessing, Luigi Pirandello, Charles Perrault e tanti altri. Il libro è curato da Christian Delorenzo, con una prefazione di Mauro Bersani: ringraziando l’editore, vi proponiamo le prime pagine di un racconto inedito in Italia di Émile Zola, nella traduzione di Christian Delorenzo (fonte immagine).

Il paradiso dei gatti

di Émile Zola

Una zia mi ha lasciato in eredità un gatto d’Angora, la bestia piú stupida che conosca. Ecco ciò che questo gatto mi ha raccontato una sera d’inverno, davanti alle braci del camino.

Wes Anderson all’Esquilino

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

È arrivato naturalmente in treno, Wes, che odia l’aereo; alla stazione Termini, con un Frecciarossa e prima ancora con l’Orient Express, quello restaurato, da Parigi, dove risiede la più parte dell’anno. E peccato che ad accoglierlo a Roma sia stata una stazione Termini moderna coi marmi mazzoniani, e forse tassinari anche abusivi e non invece facchini africani in uniforme blu col filetto d’oro come a Milano, con quelli sarebbe impazzito Wes.

Wes Anderson, il poeta della nostalgia foderata in pelle, è stato a Roma. Una Roma naturalmente non contemporanea, una Roma-mondo tutta sua, un “Mondo Monda”, come il cortometraggio dedicato al suo alter ego italiano, Antonio Monda, personaggio dei più andersoniani e direttore della Festa del cinema che l’ha celebrato. Chissà se c’era Mondo Monda ad accoglierlo sotto l’ala mazzoniana; e piace di più però immaginare Anderson, col suo seguito di bauli, spostato un secolo in là, come un Emile Zola che come lui arrivava da Parigi, in treno, nelle annotazioni e making of del suo romanzo Roma.

Lo scroccone che è sempre intorno a noi. Jules Renard, narratore della modernità

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di Matteo Moca

Jules Renard è poco conosciuto in Italia, a differenza del suo paese natale dove il suo Journal è annoverato tra i grandi diari della letteratura (disponibile qui in lingua originale, come tutta la sua produzione), così come un’altra sua grande opera, le Histoires naturelles, che simboleggiano la sua grande capacità di osservazione, sempre declinata in chiave umoristica. Nella sua breve vita (nasce nel 1864 e morirà a soli 46 anni, a Parigi, nel 1910), Jules Renard è stato molte cose – si è professato dreyfusardo e repubblicano, anticlericale e socialista – ma prima di tutte è stato un uomo di lettere, uno scrittore che a questa arte ha dedicato tutta la sua vita. Il suo Journal è il perfetto concentrato di tutta la sua arte, un diario quasi trentennale che è l’espressione più compiuta del suo sguardo, della sua arte ironica ma sempre amara, quasi un presentimento della molteplicità delle declinazioni dell’umorismo di cui parlerà Pirandello nel suo celebre saggio.

Nanà a Roma

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Michele Masneri fa un viaggio nel tempo nella Roma umbertina per incontrare Emile Zola in un prequel molto deludente della Grande Bellezza. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: una scena della Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.)

Si legge come come tripadvisor della capitale umbertina; o come making of di Roma (1886), il secondo romanzo di Émile Zola dedicato alle città (dopo Lourdes e prima di Parigi): Il mio viaggio a Roma (edizioni Intra Moenia, 18 euro) arriva in libreria insieme alle brand extension della Grande Bellezza di cui esistono in commercio la sceneggiatura, e il libro-catalogo con le foto di scena. E pure il diario di Zola, delle sue cinque settimane 1894 nella capitale ancora scioccata dalla presa di porta Pia, parte con movimenti di macchina molto sorrentiniani. Subito al Gianicolo, che lo colpisce molto, con grandi dolly sul fontanone e la vista della città, e nel romanzo diventa sontuoso come nella fotografia di Bigazzi: «La piazza era arsa dal gran caldo estivo, mentre dietro, poco più in là, le acque chiare e scroscianti dell’Acqua Paola piovevano in larghi rivi gorgoglianti dalle tre conche della fontana monumentale, nella sua eterna frescura. Lungo il parapetto che cingeva il terrazzo, a picco su Trastevere, si assiepavano i turisti: inglesi smilzi, tedeschi tarchiati, tutti a bocca aperta dall’ammirazione, con in mano la loro guida che consultavano per riconoscere i monumenti».

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 1

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Pubblichiamo la prima parte di un testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord.

Nell’eredità del situazionismo c’è qualcosa di paradossale. Da una parte, i concetti elaborati tra il 1952 e il 1968 in seno all’Internazionale Lettrista e poi Situazionista sono pervenuti a una posizione egemonica, costituendosi come sovrastruttura ideologica del sistema del consumismo culturale: parte integrante del cosiddetto «nuovo spirito del capitalismo». Ma d’altra parte proprio nel Sessantotto, e proprio con La Società dello Spettacolo, Guy Debord dava corpo a una riflessione tragica sulla modernità che oggi nutre varie forme di pensiero più o meno reazionario – dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist a certe frange dell’anarco-primitivismo. Per semplicità, diremmo che vi sono due modi di «recuperare» il situazionismo, l’integrato e l’apocalittico. Si potrebbe allora credere che le contraddizioni del post-situazionismo rispecchino le contraddizioni del situazionismo, e magari le trasformazioni del pensiero di Guy Debord. In verità, come mostreremo, non c’è alcuna contraddizione, e ben poche trasformazioni. Apocalittico e integrato sono le due facce di una medesima medaglia.