Bestie di scena di Emma Dante: il discorso dello sguardo

bestie di scena emma dante

Quando siamo entrati in sala – più o meno qualche minuto fa – Bestie di scena era già lì.

Nel senso che abbiamo raggiunto il teatro, abbiamo pagato il biglietto, abbiamo lasciato giacche e cappotti al guardaroba e siamo entrati nella sala che poco a poco si va riempiendo; alla ricerca del nostro posto, abbiamo visto che attori e attrici in maglietta e pantaloni percorrevano il palco da una parte all’altra. Il training che precede lo spettacolo, ci siamo detti, un allenamento che però di solito avviene dietro le quinte (dunque, abbiamo pensato, siamo entrati in qualcosa dove le soglie che di solito distinguono il prima dal durante e dal dopo sono rarefatte se non del tutto cancellate).

Dieci note sui vivi e sui morti nell’immaginazione di Emma Dante

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Pubblichiamo la postfazione di Giorgio Vasta al volumetto Le sorelle Macaluso (Glifo edizioni). Il libro contiene l’omonimo testo teatrale di Emma Dante — che ha debuttato a Napoli due anni fa, e continua a girare in Europa — e gli interventi critici di Renato Palazzi, Roberto Giambrone e Giorgio Vasta.

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A Matter of Life and Death. In italiano Scala al paradiso, ma il titolo originale del film del 1946 di Michael Powell ed Emeric Pressburger rende subito esplicito l’argomento: una questione di vita e di morte.

Nella prima scena un pilota dell’aeronautica militare inglese – si chiama Peter, l’attore che lo interpreta è David Niven – discute via radio con June, una radiotelegrafista americana – interpretata da Kim Hunter – mentre il suo aereo, appena colpito da un caccia nemico, sta precipitando nella Manica. Tra allusioni e citazioni, l’autoironia di lui e la commozione di lei, il dialogo tra i due, che non si sono mai incontrati, si risolve nel momento in cui Peter si paracaduta fuori dall’aereo in fiamme certo di andare incontro alla morte. Invece, trascorsa qualche ora, si risveglia in riva al mare, sorpreso di essere sopravvissuto. E la sua sorpresa aumenta quando di lì a poco, fermata una ragazza in bicicletta per domandarle informazioni, riconoscerà nella sua voce quella di June.

Innamoratevi di chiunque che l’anima gemella non esiste

magritte les amants

Questo articolo di Valeria Parrella è uscito su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice. (Nell’immagine, Les Amants di René Magritte)

di Valeria Parrella

Poniamo che una coppia occidentale tra i quaranta e i cinquanta, felicemente motivata alla vita, si imbatta per caso nel test del prof. Arthur Aron, psicologo, cattedratico alla State University of New York at Stony Brook. Poniamo che la Lei in questione trovi notizia di questo test in un pezzo di costume del mese scorso sul New York Times. Il pezzo è a firma di Mandy Len Catron, brillante editorialista che si era ritrovata a mezzanotte su un ponte a guardare negli occhi un semisconosciuto per 4 minuti. E’ uno dei task, quello finale, previsto dallo studio del dott. Aron, che l’aveva sperimentato sui suoi studenti, accoppiandoli casualmente senza che si fossero mai parlati in precedenza, e lasciandoli a svolgere il compito chiusi in laboratorio. Lo studio voleva dimostrare che, a parità di “metodo”, ci si può innamorare di chiunque. Quindi non esistono romantiche affinità elettive, bensì un sistema applicabile in laboratorio, che accelera quell’abbattimento delle difese necessario a creare prossimità tra due persone. Creata questa intimità, ci si innamora.  Muoia Goethe con tutti gli amanti e si aspetti che l’Emile cresca per farlo innamorare a tavolino.

Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)

GrilloRenzi

Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura.

Perché “rilanciare” l’unico teatro che funziona in città?

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di Lorenzo Pavolini

L’altra sera davanti al Palladium c’era una folla adeguatamente scossa dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Emma Dante, Le sorelle Macaluso. Vita e morte mescolate insieme nel destino dei personaggi come del luogo che li accoglieva. Qualcuno ricordava di aver visto anche altri spettacoli della stessa regista dentro quella sala, persino la sua opera integrale, e altri ancora di aver partecipato alle prove aperte al pubblico di alcuni suoi lavori, tanto da poter testimoniare con quale calma feroce la regista fosse capace di dettare i suoi stimoli agli attori attraverso un microfono dal lunghissimo filo…

Una scena analoga, in quel nel piazzale ombelico della Garbatella, si era svolta appena quindici giorni prima per il Pinter di Stein, che aveva riempito il teatro, e il mese ancora precedente succedeva lo stesso, e ancora indietro per dieci e più stagioni che in nessun altro luogo della città – nel trascolorare dell’esperienza dell’India, dell’Eti-Valle, del Vascello, e dei centri di propulsione dal basso (Angelo Mai e Rialto Santambrogio) – poteva eguagliare per livello, apertura al mondo, qualità di segni e varietà di linguaggi artistici, fino a riuscire nell’impresa più incredibile, quella di formare un pubblico nuovo, persino con qualche giovane.

Tag: giornalismo, qualità

festivalgiornalismo

In questi giorni si parla molto del Festival del Giornalismo e della sua possibile chiusura o trasformazione. Matteo Miavaldi e Simone Pieranni, di China Files, ci hanno mandato questa riflessione che intercetta anche altri dibattiti recenti sul giornalismo. Speriamo che sia l’innesco di una ulteriore discussione.

di Matteo Miavaldi e Simone Pieranni

Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia edizione 2014 rischia di saltare. Problemi di soldi che non ci sono, secondo le istituzioni della regione Umbria che avevano destinato all’evento 80mila euro per il 2013, di più non si poteva fare; soldi che invece ci sono, dicono Arianna Ciccone e Chris Potter – i due fondatori dell’Ijf – ma che la regione preferisce destinare altrove.

Le posizioni inconciliabili delle parti hanno spinto gli organizzatori del Festival a prendere in considerazione la sospensione della prossima edizione, annunciata col motto Stop at the Top: andare avanti solo in condizioni che garantiscano la qualità del Festival, senza essere costretti ad offrire un prodotto al di sotto delle aspettative di Ciccone, Potter e delle migliaia di persone che negli anni hanno partecipato ad un evento di respiro internazionale. Quattro giorni di giornalismo e dintorni, gratuiti, con annesso ritorno economico considerevole per la città.