Vinyl, un indulgente Mad Men del rock

Vinyl

di Enrico Giammarco

Alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di vivere negli anni Settanta. Non gli anni di piombo, ma i musicali seventies venati di rock, quelli da dove hanno preso il via tutti i generi, quelli delle grandi band e dei miti intramontabili che ancora oggi, Triste Mietitrice permettendo, si prodigano in tour mondiali, reunion e ristampe digitali dei loro capolavori.

La scena musicale di New York, i locali mitici, le etichette indipendenti. Chi ama la musica in una certa maniera (che non è quella delle playlist di Spotify) non può non rimpiangere un’epoca dov’era il contenuto a prevalere sulla piattaforma, dove la musica era figlia di un genuino processo di composizione e non di qualche algoritmo, dove ci s’inventava ancora qualcosa senza riciclare il riciclato, e dove gli artisti duravano più di una stagione.

L’insostenibile ipocrisia borghese secondo Giorgio Bassani

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Cento anni fa nasceva Giorgio Bassani: lo ricordiamo con un pezzo che muove da Gli occhiali d’oro, romanzo breve apparso per la prima volta nel 1960. (Nella foto, Nicola Farron e Philippe Noiret nel film diretto da Giuliano Montaldo nel 1987.)

di Enrico Giammarco

Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Athos Fadigati è un perfetto borghese. Uno di quelli che conoscono il mondo, le sue regole e come farsi apprezzare dai propri pari. Questo medico di origini venete si ritrova in una Ferrara fascista per svolgere la professione di otorinolaringoiatra e lo fa con successo, imponendo i propri metodi moderni in un ambiente piccolo e provinciale, dove la novità viene accolta con curiosità e interesse.

L’identità liquida di Paul Auster

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di Enrico Giammarco

Pensi a Paul Auster e ti viene subito in mente New York. È un riflesso condiviso, comune a tanti appassionati delle opere dello scrittore statunitense, non il solo della sua generazione ad avere raccontato la Grande Mela con appassionata continuità, forse l’unico ad averla rappresentata come un non-luogo, una città di vetro raccoglitrice di un’anonima umanità. Privata di caratterizzazione e di molti riferimenti toponomastici, potrebbe essere una metropoli qualsiasi, che si sottopone alle medesime regole di convivenza e reciproca ignoranza.

Master of None, dove vanno i trentenni (?)

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di Enrico Giammarco

L’arrivo di Netflix in Italia ha portato alla ribalta un buon numero di prodotti altrimenti destinati a un’immeritata nicchia di incalliti fan dei sottotitoli amatoriali. Mentre i critici hanno sottolineato la scarsezza del catalogo iniziale, ho preferito concentrarmi su quanto già disponibile e non vincolato da alcune esclusive già siglate in precedenza per il Bel Paese (House of Cards, su tutte).

È stato così che ho scoperto Master of None, prodotto indigeno del colosso dello streaming. Chissà che fine avrebbe fatto, affidato alle grinfie della televisione, generalista o pay-per-view che essa sia. Basta ricordare cosa accadde, ai tempi, alla serie cult anni ’90 Seinfeld, o quanto sta succedendo all’acclamatissimo show Louie. Il primo ha vivacchiato per decenni nel sottobosco di orari improponibili di TMC, il secondo è stato spostato da Fox a Fox Comedy, come dire “ti trasmetto, ma non ti vedrà nessuno”.

Roma invisibile

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Le parti in corsivo del pezzo che segue sono tratte da Le città invisibili, il romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1972.

di Enrico Giammarco

La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata, si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Sono nato sul finire degli Anni Settanta, quando la Roma del Dopoguerra si era già sovrapposta al nucleo storico dei rioni, dando vita a tanti nuovi quartieri. Periferia, la chiamavano, fatta di palazzi tutti uguali, alti e serrati come fila di un esercito, e di casupole sparpagliate e policromatiche, figlie dell’abusivismo. Di lì a poco, verso la metà degli Anni Ottanta, saranno stati tutti condonati, con la promessa di non costruirne più. La mia Roma, quella con cui sono cresciuto e che si è fissata nel mio immaginario, era chiusa dentro il GRA, non unitaria ma identitaria nell’espandersi a chiazze, tante isole intervallate dal verde e dalle strade consolari. Se non abitavi al Centro, abitavi in periferia, ma comunque vivevi a Roma. Potevi essere tra i privilegiati di Prati o Parioli, oppure asserragliato nei grattacieli popolari dell’Ater, ma avevi comunque l’anima capitolina.

Richard Yates e il secolo del lavoro stupido

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(Nella foto: Leonardo Di Caprio in una scena del film Revolutionary Road di Sam Mendes)

di Enrico Giammarco

“È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.”

Frank Wheeler è un giovane promettente e talentuoso nell’America postbellica, cui la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale non ha tolto o aggiunto nulla. Egli non ha alcuna idea di cosa fare nella vita, l’unica certezza è che dovrà essere qualcosa di grande. Tutte le persone attorno a lui ne sono convinte, ammaliate dalla brillantezza di spirito che questo figlio della middle class emana.