Il grigio ventennio

Questo articolo è uscito sul numero 161 dello “Straniero”, di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo.

Vent’anni senza Federico Fellini

fellini

Sono passati vent’anni dalla morte di Federico Fellini. Pubblichiamo un pezzo di Oscar Iarussi su La Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

di Oscar Iarussi

Vent’anni senza Federico Fellini. Il nostro regista più amato nel mondo e vincitore di cinque premi Oscar, scomparve il 31 ottobre 1993 all’età di 73 anni. Coincidono con il «ventennio berlusconiano» del quale nelle scorse settimane il presidente del Consiglio Enrico Letta ha decretato la fine, un po’ incautamente. In questo arco di tempo, oltretutto segnato dalla frequente alternanza al governo tra centro-destra e centro-sinistra, con le propaggini dei «tecnici» e delle attuali «larghe intese», non si è stemperato il carattere di fondo del Paese. È un tratto «antropologico» che si rivelò prima della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi (gennaio 1994) e che, con ogni probabilità, sopravviverà alla sua espulsione dal Parlamento. Parliamo della prevalenza del grottesco, dell’abnorme, del beffardo, del bizzarro, di un onirismo/onanismo di massa, che discende dal «virus dannunziano» diagnosticato da Alberto Savinio ed equivale a una malformazione «felliniana». O, meglio, al tradimento dell’eredità del maestro. L’ultimo Fellini infatti esplicitò un profetico e salubre horror pleni al culmine nell’invocazione di Roberto Benigni in La voce della luna,  film testamentario del 1990: «Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…».

Brechtdance

John-Stezaker

Le pagine che seguono sono tratte da Brechtdance, uno dei racconti contenuti in Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) di Giordano Meacci. Il racconto, ambientato nel 2014, è stato scritto tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. A nove anni dalla stesura definitiva, vale forse la pena rileggere alcune descrizioni allora-future che ci riguardano adesso. Anche solo per vedere cosa c’è e cosa ancora manca. (Immagine: John Stezaker.)

di Giordano Meacci

[Da Brechtdance, in Tutto quello che posso, pp. 120-24]

[…]

«Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, dopo anni di prove generali, la Riforma della scuola riuscì a dare l’ultima spallata al sistema già traballante dell’istruzione pubblica, dimezzando di nuovo i fondi per la ricerca e l’insegnamento e causando smottamenti progressivi dalla prima elementare fino all’ultima sessione universitaria.

Il progetto “equiparazione totale”, varato dal ministero, prevedeva un accorpamento (e un insediamento) indiscriminato dei docenti delle scuole private nelle scuole pubbliche; e trasformava in insegnante di ruolo chiunque avesse avuto, per almeno tre anni consecutivi, una “nomina attiva” in una qualunque scuola italiana “autorizzata a impartire lezioni di ogni ordine e grado”.  Un’equiparazione totale, questa, che vide la colonizzazione selvaggia di tutte le cattedre pubbliche da parte di qualsiasi insegnante che – docente privato per ripiego o per consanguineità con i presidi d’istituto non aveva importanza – avesse educato per “non meno di due ore alla settimana” una scolaresca di “sette persone o più”. A discapito, ovviamente, di tutti i precari pubblici, anche vincitori (o piazzati) del concorso del 1999, che – non ancora “di ruolo” – si videro scavalcati dai loro colleghi “più in linea con il nuovo corso meritocratico della storia”.