Quando compare La Bombonera

bombonera

Ti dicono di stare attento quando vai a La Boca, quartiere di Buenos Aires, appena sotto lo storico e letterario San Telmo; ti dicono di restare dentro il percorso turistico e – contemporaneamente – ti dicono che il percorso turistico è troppo turistico. Fai a modo tuo e vai. Il tuo obiettivo è guardare il quartiere, in particolare la zona di El Caminito, le case colorate, i murales, la vista sul fiume e sul ponte, la splendida Fondazione Proa (dove in questi mesi si può ammirare una personale di Ai WeiWei). Il cielo azzurro di gennaio a Buenos Aires ti avvolge totalmente, ti senti inevitabilmente un po’ azzurro anche tu.

Trent’anni fa, il nuovo Roberto Bolaño

bolano

Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo. (fonte immagine).

Benché sia morto nel 2003, Roberto Bolaño è fino ad ora il più grande innovatore del XXI secolo nel campo della letteratura d’invenzione. Romanzi come I detective selvaggi e 2666 hanno riaperto tutti i giochi che il postmoderno aveva portato a saturazione.

Amici realvisceralisti…

Webinfras1

Qualche mese fa, al Salone dell’Editoria Sociale, si tenne un bel convegno su Roberto Bolaño organizzato da Goffredo Fofi. Parteciparono il sottoscritto, Ilide Carmignani (traduttrice di Bolaño, presto in libreria per Adelphi Edizioni la sua versione de “I detective selvaggi”), Jaime Riera Rehren (scrittore cileno trapiantato in Italia, studioso, traduttore di libri indimenticabili come “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sabato, nonché amico di Bolaño) e Fabrizio Gifuni, che fece delle letture strabilianti da celebri passi del nostro.

Su “L’albero e la vacca” di Adrian Bravi

rousseau_il-sogno

(Immagine: Rousseau il Doganiere, Il sogno.)

di Marino Magliani

Adrian Bravi scrive nella nostra  lingua dopo essere nato in Argentina, averci vissuto più di vent’anni e aver pubblicato il suo primo libro in castellano. Scrivere nel castigliano che si parla in Argentina significa farlo in una  lingua incredibile e imprendibile come un’anguilla, che parlano solo loro, dandosi, caso unico, del vos. E’ una lingua che possiede tutte le sfumature possibili per descrivere il flâneur, o, tanto per dire, tutte le gradazioni per qualificare il brocco, intenso come ronzino, e che racconta – scarseggiando da quelle parti le antichità storiche – i luoghi come fossero miti. Da qui la magica Buenos Aires di Borges e quella malinconica di Arlt e la Pampa estrema e gauchesca di Ricardo Güiraldes.

Un romanzo a forma di estuario

Beatriz_Sarlo-Juan_Jose_Saer

Ci sono libri che fanno male, che lasciano cicatrici, com’è il titolo di questo romanzo di Juan José Saer, pubblicato per la prima volta nel 1969. Libri attraversati verticalmente dal dolore e che ti attraversano, rigo dopo rigo. Non sono letture da cui si esce indenni. Mettono a disagio, fanno venire vergogna. Rinnovano, senza anestesia, “le prime ferite della comprensione e dello stupore”.

Juan José Saer lo chiamavano el Turco (el turquito, diceva affettuosamente Ernesto Sabato), perché era di genitori siriolibanesi di religione cattolica. Cresciuto a Santa Fé, compì anche lui, come Cortázar e molti altri sudamericani, il classico apprendistato letterario a Parigi, restando in quella città per trent’anni, fino alla morte. Fu uno scrittore appartato e radicale, di cui solo ora si sta comprendendo appieno la grandezza. Abitava sopra la stazione di Montparnasse e si votò alla letteratura con una dedizione monastica, volgendo le spalle al mercato. Aveva idee chiare e gusti molto netti. Odiava tutto ciò che fosse folclore, colore locale, spezia esotica: la retorica del tango, il barocco. Biasimava il realismo magico trasformato in marketing, ma anche il realismo volgare, il postmodernismo, Harold Bloom e la teoria del canone, il secondo Amado, quello della Bahia pittoresca, Vargas Llosa e Nabokov. Amava invece Ricardo Piglia, John L. Ortiz, I sette pazzi di Arlt, Martinez Estrada, Onetti, Antonio Di Benedetto… I suoi riferimenti erano i classici: Flaubert, Joyce, Faulkner, Proust, Beckett. Per Borges nutriva un grande rispetto: non condivideva la sua convinzione che non si potessero scrivere romanzi senza riempitivi, senza ghiaia, ma da lui ricavò quest’aspirazione alla massima densità.