Il cinema italiano offre molto di meglio che “Perfetti sconosciuti”

perfetti

1.

Sette amici a cena (tre coppie a diversi livelli di armonia, da idillio a catastrofe imminente, più l’amico separato sensibile e un po’ impacciato) decidono di condividere messaggi e telefonate che riceveranno nell’arco della serata, un po’ per gioco e un po’ per dimostrarsi a vicenda che non hanno niente da nascondere.

Invece sono pieni di segreti più o meno sordidi, e l’esperimento traligna in una resa dei conti che manderà all’aria le loro relazioni e le loro vite.

Attorno a questo spunto, che in una scuola di sceneggiatura verrebbe probabilmente utilizzato per illustrare agli studenti il concetto di idiot plot – coniato negli anni Settanta da Roger Ebert per indicare le trame che si risolverebbero da sole se i personaggi evitassero di comportarsi come degli idioti – si sviluppa Perfetti sconosciuti, commedia di Paolo Genovese premiata ai David di Donatello come miglior film italiano dell’anno.

Ricordando Ettore Scola

ettorescola

(fonte immagine)

«Io sono molto pigro, perciò il lavoro che ho amato di più è stato lo sceneggiatore. È stato Vittorio Gassman a farmi fare il regista, un mestiere da bugiardo, devi fingere di sapere tutto, ognuno della troupe ha una domanda e vuole la risposta da te. Come se il regista fosse un oracolo, ma anche l’oracolo di Delfi era approssimativo, al povero Edipo disse “vai a letto con tua madre ma lei non lo saprà, ammazzi tuo padre ma tu non sai chi è tuo padre”, si barcamenava. Per faticare meno avevo la complicità e l’amicizia con gli sceneggiatori, le maestranze, gli attori, con tutti. Poi ho avuto il privilegio di conoscere persone migliori di me, Amidei, De Sica, Fellini, che ho potuto emulare, copiare. Il segreto è essere un po’ ladri. Ho rubato da tutti».

Così Ettore Scola, morto lo scorso 19 gennaio, in una delle sue ultime interviste. Era nato il 10 maggio 1931 a Trevico, vicino Avellino, oggi avrebbe compiuto 85 anni.

Le sottoculture come modello per un futuro di comunità

bruttisporchi

Questo pezzo è uscito su Che-Fare.

How a culture comes again, it was all here yesterday
And you swear it’s not a trend, doesn’t matter anyway

Nirvana, Aero Zeppelin, 1988

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero

Nanni Balestrini, Blackout (1979)

 

I.

Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per far sì che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Le storie e i personaggi di Annie Ernaux

annie

Questa intervista è uscita su D – La Repubblica, che ringraziamo.

— Sul serio le piace Via col vento?
— Moltissimo, ma il romanzo, non il film.

Annie Ernaux, seduta in un albergo di Trastevere insieme al suo editore e traduttore, Lorenzo Flabbi, ride di gusto. È una donna molto bella, oltre a essere una scrittrice imprescindibile. In Italia è arrivata tardi e grazie a lavoro accurato di questa piccola casa editrice romana, L’orma. Via col vento, scopro appena torno a casa e mi precipito su Amazon per comprarlo, è di Margaret Mitchell, che ha scritto solo questo libro ma ci ha vinto il premio Pulitzer nel 1937.

Ricordando Ettore Scola

Ceravamo-tanto-amati-1-666x388

Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno di Oscar Iarussi Ettore Scola o del comunismo ironico. L’ossimoro dice la singolarità del regista, fra i maggiori europei del secondo Novecento, tuttavia guardingo dal lasciarsi monumentare tant’è che poco più di due anni fa era a Venezia con un nuovo film, Che strano chiamarsi Federico!, […]

“Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola

es

Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

A proposito di Alaska, il film di Claudio Cupellini

alaska1

di Valerio Valentini (fonte immagine).

Dopo aver visto il trailer ufficiale di Alaska, credevo francamente di aver visto anche troppo del film: di aver visto, cioè, in quei centocinquantuno secondi, come i due protagonisti (Fausto e Nadine) si fossero conosciuti, perché Fausto fosse finito in galera, i motivi della loro rottura, l’intromissione di un altro uomo e di un’altra donna. Avevo visto perfino l’istante dell’incidente in macchina in cui era rimasta coinvolta Nadine. Davvero troppo. Il gusto della sorpresa – resto convinto che gran parte del piacere del cinema stia nel non sapere cosa si va a vedere – mi sembrava irrimediabilmente compromesso.
E invece, alla fine delle due ore e passa di proiezione, mi sono ritrovato a ringraziare il mio amico che aveva tanto insistito per trascinarmi in sala: Alaska è uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere quest’anno.

“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano

germano

Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Fin dove arriva Ken Parker

Fin-dove-arriva-il-mattino 2

È uscito, dopo un’attesa lunga vent’anni, Fin dove arriva il mattino, l’ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l’intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l’autore e la testata. (Nell’immagine, l’illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

Che pena scriver d’amore

Banksy Box Canvas A3 Large heart Doctor

Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.