“L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo

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di Eugenio Giannetta

(fonte immagine)

Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L’estate del ’78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un’intervista all’autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell’ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov’era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”.

“I ragazzi della Nickel”, l’America razzista raccontata da Colson Whitehead

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di Eugenio Giannetta

«Il mondo è razzista e sessista. Ci odiamo con gli altri per ragioni diverse. Io ad esempio ho l’aria di un secchione, ma anche io sono stato fermato e interrogato dalla polizia». Anche lui, sì. Colson Whitehead, lo scrittore “indagatore d’America”, come è spesso definito. Tra i più importanti autori contemporanei degli Stati Uniti. Lui che a luglio scorso era sulla copertina del Time Magazine in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo: I ragazzi della Nickel (Mondadori).

Il suo libro esce a distanza di quattrocento anni dall’avvistamento della prima nave schiavista sulle coste degli Stati Uniti, e catapulta nelle zone più buie e oscure del razzismo, caricandosi il passato sulle spalle, per portare il lettore in un presente imbarazzante.

Il luogo in cui è ambientato è realmente esistito. Siamo nel 1963, il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. Ci sono in vigore le Jim Crow Laws, ovvero le leggi di segregazione razziale.

Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan

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di Eugenio Giannetta

C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.