“I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Da oltre vent’anni Eugenio Scalfari si confronta pubblicamente con l’Io. In saggi, romanzi, articoli, ha più volte indagato la via per conoscere l’Io e sottrarsi al suo dominio. Ma poiché quella via è possibile solo nei casi in cui l’individuo riesca a liberarsi della memoria con cui presume di controllare se stesso e il mondo, è evidente che Scalfari non riuscirà mai in quello sforzo titanico di cui ha esplorato la teoria.

A novantadue anni, infatti, mentre, come dice lui, lotta contro l’anagrafe, la sua memoria è prodigiosa. Benché ripeta che “come a tutti i vecchi a me capita di ricordare benissimo fatti lontani ma non quelli più vicini”, in tre ore e mezza di chiacchiere, divagando sulla ripubblicazione del suo primo romanzo (Il labirinto, Einaudi, pp. 241, euro 19) e tutto quello che si porta appresso, Scalfari mi sconcerta con racconti dettagliatissimi, dalle memorie più lontane a quelle più vicine.

Ultimissima spiaggia

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Né con la Troika né con Piketty. Né decadenza né nostalgia. Invece integrazione, larghe intese, un’Eurozona molto tollerante e flessibile (ma niente costumi attillati come quello di Varoufakis, per carità. Qui solo boxer a piccoli fiori o piccoli quadretti. Con eccezioni, importanti, di cui si dirà). L’Ultima Spiaggia resiste come stabilimento del più strenuo radical chic, con tutte le sue componenti integrate meglio dei vari pilastri di Maastricht.

Si arriva a Capalbio con la abbastanza riflessiva Audi A3 cabriolet, qui chiusa per le polveri dello sterrato, e poi basta guardare le fotine sotto le capriate candide del ristorante, un vero e proprio museo della sinistra e non solo, sbiadite e uniformate in un azzurro vagamente seppiato: piccole realtà come operine di Joseph Cornell, altro che Bar Luce di Wes Anderson: ecco Andrea Barbato con Corrado Augias all’ombra (settembre 1990), ecco Francesco Rutelli che contempla appunti davanti a un piattone di pasta con faccia Alberto Sordi (mo’ me te magno); luglio 1992. Ecco ancora Augias che fa a braccio di ferro con Michelangelo Antonioni. Ma ci sono anche Jovanotti in cassa; Stefano Accorsi con Letitia Casta; Christian De Sica che beve un margarita e il sale gli rimane sulle labbra. Addirittura Pietro Taricone. E poi Giorgio Napolitano in tutte le età e in tutte le stagioni, autunno/inverno, primavera/estate, con impermeabile e berretto dei Carabinieri; in boxer con carabiniere di scorta. Con Clio. Senza Clio. Con baschetto.

Enrico Filippini. La grande cura di verità

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Questo articolo è uscito sul numero 65 di Nuova Prosa, nuova serie, a cura di Giacomo Raccis, dedicato ai «Maestri ritrovati». (Nella foto, da sinistra: Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini. Fonte immagine)

Questo che racconto

Questo che racconto secondo la mia esperienza di lettore, attraverso quello che mi ha emozionato cioè, e innanzitutto, è il caso di un autore che non è proprio un autore e di un libro che non è proprio il suo libro.

Non è neanche, almeno tecnicamente, il caso di un autore italiano, nonostante abbia vissuto a Milano e a Roma, e nonostante nell’italiano abbia trovato, si può dire, una seconda più vera patria.

La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi

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di Christian Raimo Nelle ultime settimane Matteo Renzi è stato sempre al centro del dibattito pubblico: il viaggio in America, Marchionne, i Clinton, l’inglese strampalato, l’intervista da Fazio, il bailamme sull’articolo 18, lo sberleffo dei sindacati, la direzione PD, la polemica con la minoranza, le critiche da parte del Corriere e Repubblica, etc… Anche chi […]

Le cose vanno fatte bene. L’intervista ad Altan

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Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Francesco Tullio Altan apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Altan fuma il sigaro, beve caffè amaro e come certi personaggi delle sue storie non crede in dio e non professa culti che osino superare la Gibilterra della scommessa quotidiana: “Sono ateo”, “Io no, credo nel Superenalotto”. Altan cova opinioni che non condivide: “Non sono convinto di aver molto da dire”. Altan è uno scaffale di tesori che per pudore chiama “vignette”. Sono più di  7.000: “Le ha contate mia sorella” e sul tema, di più non gli si cava: “Sono timido, lo sono sempre stato, ma con il tempo la situazione è migliorata”. Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”.

Pierluigi Battista e la questione morale

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(Immagine: Enrico Berlinguer.)

Nel suo articolo di domenica scorsa (“Contro l’abuso della questione morale”, 20 gennaio) per La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, Pierluigi Battista torna su un tema che da oltre trent’anni periodicamente riaffiora nelle analisi di politica culturale italiana: la questione morale, affrontata per la prima volta da Enrico Berlinguer nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, pubblicata da Repubblica il 28 luglio del 1981.

In sintesi Battista afferma che da quel momento in poi si certifica un cambiamento della linea politica del Partito comunista italiano, uscito malconcio dalla strategia del compromesso storico, fallita tragicamente e sostituita da un sostanziale ripiegamento dell’allora segretario nel nome di una “diversità” a detta del giornalista del tutto arbitraria, come dimostrerebbe l’ultima battaglia berlingueriana contro il craxismo dilagante, culminata nella sconfitta subìta sulla scala mobile. Poi il craxismo dilagante ha preso la piega che tutti abbiamo potuto constatare. C’è dell’altro.