Scrivere è uscire dalle cause prevedibili. Intervista a Alejandro Zambra

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Scrutando le vite degli altri, fra le pagine di Alejandro Zambra, succede di sentirsi a casa. Negli undici racconti che compongono I miei documenti (Sellerio, 216 pagine, 15 euro, traduzione curata da Maria Nicola) ognuno può ricercare un’unità narrativa nel gioco costruito dallo scrittore tra singolarità e pluralità. Undici figli simili e molto distinti gli uni dagli altri. È la prima volta che l’interessantissimo autore cileno si misura con una raccolta di racconti, che però si fa romanzo. Zambra, accostato a Roberto Bolaño, attinge alla quotidianità, alle necessità autobiografiche, riuscendo a sporgere lo sguardo oltre il proprio ombelico. Non si corre il rischio di smarrirsi nella ricchezza dei dettagli dei suoi documenti.

Arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, l’Atlantico

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Questo articolo è uscito su il Venerdì di Repubblica

Sfogliamo un atlante. O ancora meglio: prendiamo un mappamondo, osserviamolo, facciamolo girare. Quel che vediamo sono i continenti, le lingue di terra di cui non ci eravamo mai accorti, le catene montuose, le isole, grandi e piccole, i poli, i ghiacci con i loro contorni bianchi, grigiastri, immacolati e misteriosi. Il resto è mare. Mare immenso che è come un buco attorno alla vita. Il mappamondo, in genere, lo dipinge di azzurro. Sfumature ridotte al minimo. Ombre bianche attorno alle terre e nient’altro. Un azzurro nulla senza vita. D’altronde, cosa importa? Tutta quell’acqua è ciò che divide i continenti, ciò che impedisce le comunicazioni. Un ostacolo, insomma. Non dobbiamo saperne poi troppo. Sappiamo i nomi degli oceani, certo, e di alcuni mari, ma sono nomi che contengono il vuoto nulla di quell’azzurro indistinto. Finché non arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, la storia dell’oceano per eccellenza, l’Atlantico.

Venezia, la città e il suo sogno poetico

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Questo pezzo è uscito su La Voce di Venezia.

di Andreina Corso

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli, immedicabili, o forse incurabili, come la denominata Fondamenta amata da Josif Brodskij, che dalle Zattere si affaccia e si rispecchia sul Canale della Giudecca senza vanità, sapendo che è dall’invisibile che si riescono a decifrare i linguaggi, perché il colore dell’acqua, la luce, il respiro, sono le parole di una laguna ossidata dall’odore della nebbia e illuminata dalle luci dell’alba.

E c’è ancora lei, la nebbia, quando un uomo si ferma davanti alla lapide seminascosta dalle fronde degli alberi del giardino che ha ospitato Brodskij nelle sue numerose visite invernali “nelle gelide sere di dicembre”.

L’iscrizione rivela l’anno di nascita e di morte dello scrittore di San Pietroburgo – 1940 – 1996, che ha scelto di essere sepolto a Venezia, un poeta che ha saputo riconoscere e narrare l’anima nascosta della città che ha tanto amato. Un’esistenza colpita nella sua umanità e costretta all’esilio (l’America fu la sua patria adottiva), per aver dato voce all’esigenza di libertà, attraverso le parole e la dignità della poesia.

Smaltimento rifiuti – Sui precari, i luoghi e i vecchi

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Pubblichiamo un articolo di Cosimo Argentina, autore di Per sempre carnivori, uscito sull’ultimo numero del trimestrale Graffiti. (Immagine: Man Ray e Marcel Duchamp)

Luoghi. Un precario, un vero precario ferox, fa della precarietà la propria agiografia. Si precarizza il possibile e l’impossibile: amori, lavori, mete, parenti, barzellette, pizzerie, latrine… si arriva ad essere solidali con il giallo del semaforo. Si vive dove capita e tra una dimora e l’altra si riempie l’auto di seconda mano di accappatoi, radio, calzini, colluttori e pillole per la pressione (perché il vero precario, il precario sul serio diventa iperteso, non ci sono cazzi).

Non so quante case ho cambiato aspettando che saltasse fuori qualcosa di buono e potessi incassare un simulacro di stabilità. Prima con quel nomade di mio padre e con quella figlia della guerra di mia madre ce la siamo dichiarata a Taranto per tre anni, a Lecce dove ricordo solo la vetrata di un asilo e il vicino di casa ficcanaso, poi di nuovo a Taranto e quindi ad Alessandria dove scansavo i cigli indifesi e osservavo i tori da monta sulla pesa.

Peter Brook agli occupanti del Valle

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Qualche mese fa, Peter Brook inviò questo videomessaggio agli occupanti del Valle. Il riferimento alle elezioni italiane può essere datato, tutto il resto viene dal presente. Lo proponiamo ai lettori di minima&moralia perché crediamo nel suo valore educativo. Uno dei più noti registi teatrali a livello mondiale dice una cosa molto semplice: fare, in luogo di non fare. “Fare, in luogo di non avere fatto” è anche il verso di una celebre e da me molto amata poesia di Ezra Pound. Questa, non è vanità.