La strada per l’Open

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Il diario di Fabio Severo dall’Australian Open è uscito un anno fa su Studio in cinque parti. Pubblichiamo la prima e in fondo al pezzo vi rimandiamo alle altre quattro puntate. (Immagine: Davidde Corran)

Arrivo a Melbourne Park per ritirare il mio accredito di sabato, nel giorno del terzo e ultimo turno di qualificazioni dell’Australian Open (AO). Il tabellone del singolare di un torneo del Grande Slam prevede 128 giocatori, di cui 104 accedono direttamente in virtù della loro classifica mondiale, 8 tramite wildcard che dànno accesso diretto nonostante il ranking insufficiente, e 16 tramite le qualificazioni, che a loro volta rappresentano un mini torneo di tre turni con un tabellone di 128 giocatori. Lascio l’ufficio accrediti munito di asciugamano ufficiale, ventilatore portatile e borraccia omaggio e mi ritrovo in un intrico di campi secondari da cui proviene il suono di decine di palline colpite quasi all’unisono, dietro teloni e piccoli spalti semivuoti.

Joachim Schmid e la found photography

Archiv #73, 1988

Ripubblichiamo un estratto di un’intervista a Joachim Schmid uscita di recente su Klat, magazine online dedicato all’arte, al design e alla creatività contemporanea in generale. Schmid è uno dei principali esponenti della found photography, un genere fotografico fondato sull’utilizzo di immagini trovate, anonime o familiari. Dai mercatini delle pulci alle piattaforme online di condivisione fotografica, la found photography è ormai in costante trasformazione, sempre più immateriale e sempre più diffusa e dispersa.

Fotografo, artista, archivista: difficile dare una definizione univoca del tedesco Joachim Schmid, pioniere della found photography che da trent’anni offre un approdo autoriale al flusso di immagini prodotte dalla nostra quotidianità. Schmid è soprattutto un predatore di esistenze e di sguardi altrui, uno che cerca e trova nei mercatini delle pulci, nelle librerie antiquarie o in quell’immenso giacimento di istantanee che sono diventati i siti di photosharing. Lui stesso riconosce che Internet ha rappresentato l’unico, decisivo spartiacque del suo lavoro: in rete c’è tutto e subito. E non è un caso che proprio a Flickr siano dedicati i 96 volumi del progetto Other People’s Photographs. Ma l’annosa attenzione di Schmid per la fotografia di tutti i giorni rileva anche un altro fenomeno, meno evidente e probabilmente più inquietante: in questi ultimi decenni l’estinzione della pellicola e l’avvento del digitale hanno cambiato alla radice il senso e il peso che diamo ai fermo-immagine della nostra vita. Lungo quel percorso di autoproduzione editoriale che è diventato il suo marchio di fabbrica, Schmid ha così documentato una vera e propria torsione dell’immaginario collettivo: dov’era una foto ce ne sono cento, dov’era un ricordo troviamo centinaia di istantanee che dimentichiamo un minuto dopo averle scattate.

Perché andiamo al cinema

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo. (Foto: una scena di The Act of Killing.)

La vida loca è un documentario uscito nel 2008 che racconta la vita quotidiana delle gang criminali che operano nella capitale di El Salvador, realizzato da Christian Poveda durante un lungo periodo in cui ha vissuto a stretto contatto con i membri di una mara, come vengono chiamati questi ibridi di grande famiglia, cosca e struttura paramilitare che si contendono il territorio dello stato centroamericano. Il regista ci mostra le storie private di alcuni membri della gang, tra poche gioie e molti dolori, le piccole faccende di tutti i giorni, le tensioni, le violenze e soprattutto i funerali dei membri uccisi inesorabilmente lungo le settimane e i mesi che Poveda passa con loro. Ogni morte viene teatralmente annunciata dal rumore di uno sparo, dopo il quale assistiamo all’ennesimo funerale con la salma esposta, le lacrime, la rabbia e i canti.

Go big or go home

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Tim Small, editore di The Milan Review, ha appena aperto L’Ultimo Uomo. È aiutato da Daniele Manusia, quello della rubrica di calcio “Stili di Gioco” nata qui e proseguita su Vice (ha anche appena pubblicato un’agiografia scoppiata di Eric Cantona per add editore), e da Serena Pezzato, ex Vice Italia e America. Ci scriveranno persone che avete letto qui, come Fabio Severo e il sottoscritto. Speriamo diventi un posto dove leggere di sport con calma e strutture sintattiche emozionanti. Io mi sono stufato di andare su gazzetta.it la mattina, L’Ultimo Uomo prova, gratis et amore Dei, a dare un’alternativa. (Foto: Arturo Stanig.)

Vengo a New York una volta l’anno, per un mese, in primavera o estate, per lavoro. Sto a Hell’s Kitchen, che è un quartiere trashone di Midtown, Manhattan. Rimane a ovest di Times Square, il che gli garantisce un flusso emozionante di turisti grassi con l’aria di aver appena detto «These heroes» o «America» con la bocca piena, e della zona dei teatri, bacino di eccentrici non belli né vestiti bene. Si diceva da qualche anno che Hell’s Kitchen intendesse gentrificarsi, ma non ci si vede un hipster per lo meno fino a Chelsea, trenta streets più a sud.

È invece pieno di sportsbar per i bros. Non è in uno sportsbar che ho seguito i playoff più esaltanti degli ultimi anni: quelli di due anni fa, culminati con la sconfitta degli Heat contro Dirk e i Mavs quando, sull’uno a zero e in vantaggio nella seconda partita, si erano sgonfiati così, per il nostro sollazzo, li ho seguiti in un bar d’angolo che si chiama Coffee Pot. Si chiamava. L’anno scorso sono tornato e aveva chiuso. Al suo posto c’era un risto-sportsbar tutto noir con scritte a lampadina, di nome Mickey Spillane’s. «Hell’s Kitchen Finest.» Un newyorkese l’altro giorno mi ha introdotto al concetto di Go Big or Go Home: a New York o ci si allarga o si molla. E in effetti il Duane Reade dell’isolato ha appena abbattuto una parete e si stanno allargando. L’ufficio di n+1, la rivista letteraria, stessa cosa: hanno abbattuto una parete e si sono allargati. Gli altri chiudono.

Una settimana al Foro Italico

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Vita quotidiana tra i campi degli Internazionali d’Italia, aspettando Parigi e le nuvole del Roland Garros

“Che sport di merda”. La versione nostrana dell’antico adagio “Tennis is unfair” viene pronunciata dagli spalti subito dietro di me, durante il match di secondo turno delle qualificazioni del singolare femminile tra la spagnola Anabel Medina Garrigues e la russa Yulia Putintseva. Avanti 5-1 e match point nel terzo set, la russa ha poi perso sei giochi di fila, finendo sconfitta in tre ore e quattro minuti in una partita che sembrava ormai vinta.

L’ambigua gloria postuma di Ghirri

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Il 24 aprile si inaugura presso il MAXXI di Roma Luigi Ghirri. Pensare per immagini, una mostra antologica che raccoglie più di 300 fotografie dell’artista emiliano. Questo pezzo è uscito su Orwell lo scorso dicembre. (Immagine: Luigi Ghirri, Bastia, 1976.)

Nel pantheon dei padri fondatori della fotografia contemporanea italiana Luigi Ghirri ha sempre occupato un posto di primo piano. Nel corso della sua carriera, interrotta bruscamente dalla morte nel 1992, Ghirri ci ha consegnato un catalogo di visioni familiari e al tempo stesso stranianti, frammenti di luoghi conosciuti ma trasfigurati dalle sue composizioni. Una poetica dello stupore per le piccole cose, della scoperta celata dietro al banale e all’ordinario che ha lasciato un segno profondissimo nell’evoluzione del discorso fotografico in Italia.

Nel 1978 Ghirri pubblica Kodachrome, un libro che raccoglie 92 fotografie realizzate nei sette anni precedenti, accompagnate da testi scritti da lui stesso e da Piero Berengo Gardin. Trentacinque anni dopo la prima edizione, andata esaurita molti anni fa, la casa editrice inglese MACK  ha finalmente pubblicato lo scorso novembre una seconda ristampa fedele in tutto e per tutto all’originale, ridando una forma fisica a un oggetto che era diventato mitico, fino a ieri sfogliato con venerazione da pochi fortunati. La nuova edizione si presenta quasi come una copia anastatica, la copertina illustrata con gli stessi quadretti da quaderno scolastico dell’originale, l’aria retrò del carattere tipografico dei testi, e soprattutto le immagini, con quel sapore di pellicola, di fotografia fisica che ben si sposa con il titolo del libro.

Sede Vagante – I media e il Vaticano/2

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Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con “l’altra volta”. Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente “l’altra volta”, il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l’eterno paradigma dell’evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un’idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l’8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l’intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall’annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall’ottobre del 1978.

Sede Vagante – I media e il Vaticano/1

Peter Macdiarmid_Getty Images

(Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un’edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l’incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall’uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: “Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall’autore camminando verso l’obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: ‘E adesso?’ “.

Via D’Amelio 19, 19 luglio 2012

Questo video è tratto dal lavoro “Corpi di reato” di Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, a cura di Fabio Severo.

Corpi di reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi

maxiprocesso

(I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.