Fondata sul turismo

Italien-Venedig-Urlaub

di Fabrizio Federici

«Insomma, è ora di guardarci in faccia e dircelo chiaramente: è inutile che continuiamo a far finta di rivaleggiare con la Francia o la Germania. Non ci riusciamo, non siamo fatti per certe cose. D’ora in avanti i nostri modelli saranno altri, ben più allettanti e assolati: le Seychelles, le Maldive, Mauritius. Noi faremo come loro, e come questi Paesi l’Italia diventerà un paradiso dell’accoglienza e del buon vivere, costruito attorno alle straordinarie ricchezze artistiche ed ambientali di cui siamo depositari»

(dal «Discorso di San Gimignano» del Presidente del Consiglio, 31 ottobre 2021)

La Grande Trasformazione era in atto ormai da un paio di decenni. L’aveva preceduta una lunga fase di accorta preparazione, in cui le attività produttive – e l’industria in particolare – erano state spinte in una profonda crisi, i finanziamenti alla ricerca erano stati quasi azzerati, e si era diffuso tra la popolazione il mito di un’Italia «terra della cultura». Venne abilmente instillata la convinzione che bastasse sfruttare i beni culturali del Paese per assicurare a tutti la prosperità. «E pensare che si potrebbe campare soltanto di quello!»: nei bar non si mugugnava altro.

La riunione

via francigena

di Fabrizio Federici

Il caldo in quella stanza era insopportabile. Ma Giulio Cesare, o Pompeo, o Mitridate Eupatore, o come diamine fosse stata ribattezzata quell’ondata di afa, non poteva fermarci. C’era da discutere di un bel po’ di soldini, e da cercare di accaparrarseli mettendo in piedi un piano per la valorizzazione turistica del territorio che fosse in grado di sbaragliare la concorrenza. Il bando per la verità non era ancora uscito, ma noi, furbescamente, avevamo deciso di giocare d’anticipo, iniziando a progettare sulla base di anteprime e voci di corridoio.

Apuane, le ruspe cancellano i monti

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito sul Fatto quotidiano il 23 giugno.

Verrà un giorno in cui le Alpi Apuane saranno come i dinosauri: sparite. Con la differenza che dovremo spiegare ai nostri figli che siamo stati noi a distruggere un pezzo straordinario del nostro territorio e della nostra vita. Parlare delle Apuane vuol dire descrivere – attraverso un caso estremo, e dunque più comprensibile – la situazione di tutto ciò che la Costituzione chiama «paesaggio e patrimonio storico e artistico della nazione». Le Apuane sono cancellate da una industria che crea sempre meno occupazione; sono cancellate in violazione delle leggi vecchie e nuove (per esempio annullando le linee di cresta anche sopra i 1200 metri di altezza, in barba al Codice del paesaggio); sono cancellate inquinando acqua e aria, e abbassando la qualità della vita degli abitanti (si pensi solo ai 700 camion che attraversano ogni giorno Carrara); sono cancellate da una politica incapace (per ignoranza e corruzione) di comprendere che è possibile un’altra economia; sono cancellate dal silenzio mediatico.

Pompei-Roma, sola andata

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Questo articolo è stato pubblicato sul n. 18 di “Artribune”.

di Fabrizio Federici

Non hanno soltanto riportato alla luce incredibili tesori e fornito un determinante contributo alla conoscenza dell’Antichità, gli scavi di Pompei ed Ercolano; hanno avuto anche qualche conseguenza negativa. Innanzitutto, è ovvio, per la salute dei resti stessi delle due città, che dal grembo di ceneri e lapilli che li preservava si sono visti trascinare all’aria aperta, gremita di minacce. Danni non meno gravi, tuttavia, gli scavi li hanno prodotti altrove. Man mano che riemergevano le strade, i templi, le domus, infatti, si materializzava l’immagine di una città antica cristallizzata nel suo aspetto originario, intatta da trasformazioni e aggiunte di epoca post-classica.

Le retoriche del patrimonio nell’Italia contemporanea

Giotto, Il sogno di Gioacchino (1305)_Cappella degli Scrovegni, Padova

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 26, febbraio 2013, di “alfabeta2”, all’interno del nodo La nostra distopia culturale. (Immagine: Giotto, Il sogno di Gioacchino (1305), Cappella degli Scrovegni, Padova)

di Fabrizio Federici

La presenza della cultura nel discorso pubblico non è mai stata così ricorrente e, direi, ossessiva come negli ultimi anni, e nel contempo così povera di contenuti: si fa un gran parlare di cultura – generalmente intesa, in maniera del tutto inaudita e fuorviante, come ancilla della crescita economica – senza sviluppare una seria riflessione su cosa sia in realtà e senza interrogarsi su quanto di quel che viene spacciato per culturale sia effettivamente tale; e sposando di solito una concezione che la vede più come ornamento che come coscienza critica dell’epoca in cui viviamo.

L’attenzione si è focalizzata soprattutto sul patrimonio culturale, e in particolare storico-artistico, che della cultura costituisce una parte importante, pur – ovviamente – non esaurendola (anche se spesso si ha l’impressione che patrimonio e cultura coincidano). Questo sguardo retrospettivo non sorprende: la storia offre numerosi esempi di comunità che, in momenti difficili, riflettono sul loro passato, abbandonandosi al rimpianto o ricercandovi stimoli al riscatto. Sorprende piuttosto la piega che tale riflessione ha preso nell’Italia dell’inizio del XXI secolo.

La funzione trasformatrice della cultura

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Questo pezzo è uscito sul n. 23 di alfabeta2, con il titolo Contro l’economia della creatività. La cultura davvero non si mangia. (Immagine: libretto d’istruzioni della Lettera 22.)

di Christian Caliandro e Fabrizio Federici

  1. Le retoriche della creatività e la cultura in Italia. 

Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo”: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità. È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose.