Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.

Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe

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Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival “Giuseppe Bertolucci – il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione”. Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

“Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l’infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com’era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare”. Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l’atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.

Lo spazio tra pagina e scena. Conversazione con Fabrizio Gifuni

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Pubblichiamo un’anticipazione dal numero dei Quaderni del Teatro di Roma in uscita in questi giorni. 

Gadda, Pasolini, Camus, Dante, Pavese. Nel corso di un decennio Fabrizio Gifuni ha dato vita a una feconda opera di dialogo tra letteratura e scena, senza però tralasciare un forte accento autorale che ha conferito al suo teatro un tratto identitario molto forte, in grado di parlare al presente senza però distorcere le parole del passato. Lo abbiamo incontrato, dopo il recente successo del film di Paolo Virzì, «Il capitale umano», che lo vede tra i protagonisti, per farci raccontare questo suo personale intreccio tra teatro e letteratura.

Dieci anni fa iniziavi con Pasolini. Cosa stavi cercando?

Lo spettacolo su Pasolini è stato uno spartiacque che ha segnato l’inizio di questo mio modo attuale di lavorare in teatro. Sentivo l’esigenza di una maggiore assunzione di responsabilità, perché il teatro mi sembrava un luogo troppo importante per continuare a lavorare da interprete puro (cosa che, invece, mi diverte moltissimo al cinema). La prima spinta è stata pensare – in quegli anni – a cosa volevo raccontare, cosa volevo portare in teatro. Così è nato il progetto “Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione” di cui “Na specie de cadavere lunghissimo” è la prima parte.

Amici realvisceralisti…

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Qualche mese fa, al Salone dell’Editoria Sociale, si tenne un bel convegno su Roberto Bolaño organizzato da Goffredo Fofi. Parteciparono il sottoscritto, Ilide Carmignani (traduttrice di Bolaño, presto in libreria per Adelphi Edizioni la sua versione de “I detective selvaggi”), Jaime Riera Rehren (scrittore cileno trapiantato in Italia, studioso, traduttore di libri indimenticabili come “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sabato, nonché amico di Bolaño) e Fabrizio Gifuni, che fece delle letture strabilianti da celebri passi del nostro.

La ferocia liberatoria de “Il capitale umano” di Paolo Virzì

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di Christian Raimo Negli anni della sedicente rinascita della commedia (i Brizzi, i Genovese, i Miniero, i Bruno), finalmente un film italiano riprende lo spirito originario della commedia all’italiana – quella ferocia autodiretta e quella disperazione che segnarono (con Il sorpasso e Io la conoscevo bene da una parte dello spettro temporale, e Un borghese […]

“Non so cosa sono venuto a fare a Santa Teresa” Roberto Bolaño al Salone dell’Editoria Sociale (questa sera)

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Questa sera, ore 21.00, al Salone dell’Editoria Sociale di Roma (qui programma) ci sarà una serata dedicata a “Roberto Bolaño e la grande mutazione”. Partecipano: Goffredo Fofi, Ilide Carmignani, Jaime Riera Rehren e il sottoscritto. Letture di Fabrizio Gifuni. E ora, ringraziando come sempre L’Archivio Bolaño da cui prendiamo la fonte (e Carmelo Pinto che lo cura, […]

A chi dà fastidio il Valle?

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In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c’è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti…). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l’occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall’entusiasmo per l’indulgenza fino all’indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all’ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell’idea della Fondazione Valle Bene Comune.

Fine Impero

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Pubblichiamo un racconto inedito che Giuseppe Genna ha scritto per Twitter ispirandosi al suo nuovo romanzo Fine Impero. Domenica Giuseppe Genna sarà ospite della Grande invasione per partecipare all’incontro Leggere in presente insieme a Fabrizio Gifuni e Christian Raimo. (Immagine: bozzetti di Riccardo Falcinelli per Fine Impero.)

di Giuseppe Genna

Questo è dedicato a @tommasopincio.

Molte persone nella nebbia dell’inverno, carica di incenso, fuori del cerchio della città vanno, guidate da due orfani al contrario.

Suole su ghiaia: un corteo funebre, il padre con la piccola bara bianca, dentro dondola il cadaverino, la madre è una statua. È sepolta.

Il percorso di un attore

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Da oggi e fino al 3 febbraio Fabrizio Gifuni torna in scena al teatro Vascello di Roma con ‘Na specie di cadavere lunghissimo. Pubblichiamo il testo del regista dello spettacolo Giuseppe Bertolucci, contenuto nel cofanetto Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione, sul lavoro attoriale di Gifuni.

di Giuseppe Bertolucci

I due monologhi ’Na specie de cadavere lunghissimo e L’ingegner Gadda va alla guerra nascono da una felice intuizione di Fabrizio Gifuni: che nelle opere di due grandi scrittori italiani del Novecento, Pasolini e Gadda, assolutamente distanti per formazione, carattere, stile e personalità, fossero rintracciabili, con decenni di anticipo, sorprendenti quanto inquietanti accenni al nostro presente di oggi. Se in Pasolini il vaticinio era consapevole (un allarme per una deriva antropologica e culturale che si è puntualmente realizzata), in Gadda invece, con Eros e Priapo, siamo di fronte a una sorta di trompe-l’oeil letterario: il Granlombardo, compitando la sua furibonda invettiva contro le perversioni della dittatura fascista, rivela, con spietata lucidità, una ricorrenza di temi, di comportamenti, di atteggiamenti, di tratti distintivi che riscontriamo – quasi come in una fotocopia – nella vague politica italiana di questi ultimi anni e nei suoi protagonisti. Un’esemplare quanto impressionante conferma dei corsi e ricorsi storici o, se volete, la riaffermazione di una persistenza di certi vizi insopprimibili del carattere nazionale.

Carmelo Bene visto da Claudio Abate

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Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell’immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l’atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l’ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni… da cui poi nasce un’immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.