Da James Foley a Annie Ernaux: raccontare la morte, da non troppo vicino.

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“Non voglio lodare la morte, ma nella sua imminenza la morte conferisce una certa bellezza alle proprie ore – una bellezza che non ha corrispettivi, ma che è travolgente”. È una frase che trovate a pag. 74 di Questo buio feroce. Storia della mia morte di Harold Brodkey (Fandango 2013, traduzione di Delfina Vezzoli); e questo potrebbe essere il motivo, consideravo, per cui quest’estate ho letto tre libri sulla morte – uno molto bello (questo di Brodkey), uno lodatissimo ma sopravvalutato (Il tempo della vita di Marcos Giralt Torrente, Elliot 2014, traduzione di Pierpaolo Marchetti), uno lodatissimo e meraviglioso (Il posto, L’orma 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi) – anche se, è pur vero, che ci sono delle spinte inconsce che con tutta probabilità ci avvicinano a leggere libri che ci mettono di fronte alla scomparsa di una persona, alla sua mancanza, alla paura di questa mancanza, e al dolore. Ognuno probabilmente ha le sue ragioni, sono personali, e spesso non sono trasparenti nemmeno a se stesso.

“La collina” di Delogu e Cedrola

collina

di Mimmo Cangiano

Molto si è parlato (e si parlerà ancora) del romanzo La Collina, pubblicato circa un mese fa da Andrea Delogu e Andrea Cedrola. La materia trattata (la comunità di San Patrignano e le ‘tecniche’ in essa in atto) hanno convogliato l’attenzione dei media verso un materiale che, inevitabilmente, si presenta ancora infuocato (fra feroci detrattori e strenui difensori) e vivo nel quadro di un problema che, dentro e fuori i tribunali, è ben lungi dall’essere chiuso.

Qui, invece, anche stimolato dall’epigrafe che apre il romanzo (tratta dal bellissimoAd avere occhi per vedere di Leonardo Pica Ciamarra), vorrei riflettere un attimo su quest’opera proprio in quanto romanzo, vale a dire sulle strategie narrative e tematiche che i due autori hanno messo in atto per raccontare questa storia che, a mio giudizio, è anzitutto una disanima di ciò che ha permesso ‘San Patrignano’, e, di conseguenza, un’analisi storica dei rapporti di potere e persuasione che hanno caratterizzato, almeno, uno scorcio del secolo scorso.

Tu

matthias brandes

Pubblichiamo un articolo di Cristò sull’uso della seconda persona nella novella «La luce prima» di Emanuele Tonon e nel racconto «Profezia» di Sandro Veronesi.

di Cristò

Sarebbe bello stilare una lista completa della letteratura scritta in seconda persona. Nei corsi di scrittura creativa (come la chiamano) si sprecano parole, ore dilezioni sulla prima e sulla terza, sulle differenze d’uso e di potenziale narrativo dell’una e dell’altra; su come possa essere strategico mettere l’io narrante in bocca a un personaggio secondario che funga da osservatore del vero protagonista (alla maniera di Melville, dicono) o su quanto possa semplificare alcuni nodi narrativi l’uso corale della terza persona che favorisce al lettore uno sguardo dall’alto di una situazione complessa. Sulla seconda persona, invece, si tace quasi sempre. Il tu mette spesso a disagio gli scrittori perché il tu è il peggiore nascondiglio che l’io possa scegliere.

Buon compleanno, Gabo

In occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Gabriel García Márquez (ieri, 6 marzo), siamo andati a ripescare negli archivi di minimum fax questa introduzione scritta nel 1996 da Marco Cassini per il libro-intervista pubblicato nella collana “Macchine da scrivere”, che raccoglieva in piccoli libretti tascabili le famose conversazioni della serie “The Art of Fiction”, originariamente pubblicate sulla rivista letteraria americana The Paris Review. L’intervista a Márquez è rimasta nel catalago minimum fax fino al 2009, quando l’editore Fandango ha intrapreso la pubblicazione di quelle conversazioni in volumi antologici (finora sono usciti tre volumi).

Gabriel Garcìa Márquez ottenne il Premio Nobel per la letteratura il 21 ottobre 1982, ricevendone notizia nella sua casa in Messico alle sei e cinque minuti del mattino, quando la moglie Mercedes, svegliata dallo squillo del telefono, gli passò la cornetta dicendo: “Ti chiamano da Stoccolma”. Un anno più tardi, in occasione della consegna a William Golding del medesimo riconoscimento, Márquez ricordò: «Una voce maschile, in uno spagnolo perfetto con un lieve accento nordico, e che si presentò come redattore del quotidiano più importante di Stoccolma, mi disse che l’Accademia svedese aveva comunicato cinque minuti prima la notizia ufficiale».

Il viaggio dell’orsa

minima

Questa recensione di Carlo Mazza Galanti al nuovo libro di Vincenzo Pardini (Il viaggio dell’orsa – Fandango) è uscita su Alias.

Per cominciare, ci si potrebbe concentrare sulla qualità dello stile: le scelte lessicali, i preziosi toscanismi, la carica evocativa di parole semi-dimenticate e recuperate da Pardini con la precisione del collezionista; potremmo stupire della scelta dei nomi di persona, pesanti concentrati di destino prelevati da una onomastica antiquaria, ma ancora viva in certi lembi di provincia italiana

Harold Brodkey, La Promessa

di Christian Raimo

In un’intervista sulla Paris Review nel 1991 Harold Brodkey raccontava di una volta che una sua vicina di casa lo fermò per fargli le congratulazioni per il Nobel. Brodkey gli dovette spiegare il qui pro quo: il Nobel l’avevano dato a Brodskij, non a lui. Forse era il giusto destino per quello che viene ritenuto uno dei più importanti scrittori d’America, e che paradossalmente era considerato tale anche prima che pubblicasse, ventisettenne, la sua raccolta d’esordio, Primo amore e altri affanni

Bird vive, e la sua ombra pure

Da John Coltrane al genio degli scacchi Bobby Fischer al ritorno al jazz. Questo il percorso di Vittorio Giacopini nei suoi ultimi tre libri narrativi. Pubblichiamo una recensione al suo ultimo – Il ladro di suoni – uscita sul «L’Indice» a firma di Nicola Villa. Dopo Al posto della libertà – Breve storia di John […]