Don DeLillo, il grandissimo freddo

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

NEW YORK. Per un uomo di sconfinate risorse la morte è, prima di tutto, un affronto imperdonabile. L’eccezione che conferma la regola aurea secondo la quale «per tutto il resto c’è Mastercard». Ross Lockhart, che ha fatto miliardi speculando sulle conseguenze finanziarie dei disastri naturali, non se ne capacita. Così, quando la seconda moglie Artis si ammala senza speranza, con un aereo privato la trasporta in una località segreta del deserto uzbeko che ospita la Convergenza, una via di mezzo tra una clinica zen, una prigione foucaultiana e il laboratorio dove si costruiscono i sensuali automi del film Ex Machina.

La specialità della casa è la crioconservazione. I morti vengono sospesi in capsule di azoto liquido nella speranza di scongelarli quando la medicina avrà capito come riparare gli organi difettosi. Sembra follia, ma all’ultima contabilità erano 144 i deceduti ospiti della Alcor, in Arizona, fiduciosi in tempi migliori. E io conosco almeno tre persone, tra cui uno scienziato stimatissimo, che hanno firmato un oneroso contratto con la suddetta compagnia per essere ibernati quando verrà il momento. Qui però siamo dentro la trama rarefatta di Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo uscito in Italia l’11 ottobre per Einaudi (traduzione di Federica Aceto, pp. 240, euro 19). Un libro sull’elusivo senso della vita, sulla sua fine, sulle promesse messianiche della tecnologia, sulla guerra a bassa intensità in cui rovinano certi rapporti padri-figli e molto altro ancora.

Vestiti da grande: un inedito di Kerry Hudson

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Pubblichiamo la versione integrale del racconto inedito che Kerry Hudson ha letto ieri al Festival Letterature durante la serata dedicata ai finalisti del Premio Strega Europeo. Ringraziamo l’autrice, il festival, la Fondazione Bellonci e l’editore minimum fax per la gentile concessione del testo. Vi segnaliamo due appuntamenti con Kerry Hudson: oggi, mercoledì 6 luglio, alle 18.30 alla libreria Nina di Pietrasanta; domani, giovedì 7 luglio, alle 18.30 al Maré di Cesenatico in un incontro in collaborazione con la libreria Pagina 27.

Vestiti da grande

di Kerry Hudson

traduzione di Federica Aceto

È l’odore che mi fa fermare. Il dolore delle scarpe che sfregano contro la pelle, la patina di sudore sulla mia faccia, la consapevolezza di camminare mezzo passo più veloce degli altri in questo mercato londinese: tutto scomparso. Quello che rimane è l’odore di caramello che mi si insinua nelle narici e mi ferma con forza, come una mano che mi afferra per una spalla. Eccola, stipata in un angolo su una bancarella che vende dolci bengalesi, l’ampia scodella argentata piena di zucchero filato, nuvolette rosa chiaro che fluttuano nell’aria cittadina, calda e sporca. I dolci sembrano lucenti pezzi di plastica scolpiti con cura, mucchietti di plastilina. L’odore mi attira e mi avvicino di un passo.

E rieccomi al circo, minuscola, co

Federica Aceto intervista Kerry Hudson

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Kerry Hudson è finalista al Premio Strega Europeo con Sete (Beat/mininum fax): domani, martedì 5 luglio, alle 21 sarà ospite del Festival Letterature di Roma insieme agli altri candidati Mircea Cărtărescu, Annie Ernaux, Ricardo Menéndez Salmón e Ralf Rothmann. Pubblichiamo un dialogo con la traduttrice Federica Aceto apparso sul sito di minimum fax in occasione dell’uscita di Tutti gli uomini di mia madre. Ricordiamo inoltre che stasera, ancora al Festival Letterature, ci sarà un evento dedicato a Lucia Berlin, i cui racconti sono stati tradotti da Federica Aceto (fonte immagine).

di Federica Aceto

Tutti gli uomini di mia madre era stato concepito inizialmente come una raccolta di racconti. Com’è poi diventato un romanzo? 

Avevo cominciato a scrivere dei racconti perché – è assurdo, lo so – pensavo che la forma breve potesse essere più facile per uno scrittore alle prime armi. Dopo che il mio primo racconto ha vinto un premio, un’agente mi ha chiesto di mandarle del materiale. Io le ho spedito sette racconti dicendole che stavo “pensando di utilizzarli come base per un romanzo”; ho detto così perché pensavo che fosse quello che un agente letterario vuole sentirsi dire. Lei mi ha risposto che un volta finito le sarebbe piaciuto vedere quel romanzo, e così sono partita per il Vietnam, dove sono rimasta sei mesi a scrivereTutti gli uomini di mia madre.

Ricordami così. Intervista a Bret Anthony Johnston

Bret Anthony Johnston is the director of creative writing at Harvard. He has a new novel coming out and was instrumental in planning LitFest. He is pictured in his office in the Barker Center at Harvard University. Stephanie Mitchell/Harvard Staff Photographer

Ricordami così (Einaudi editore, pp.468 €21 traduzione di Federica Aceto) verrà ricordato come il libro che ha conquistato la Rete nella scorsa estate. Il libro d’esordio del romanziere statunitense Bret Anthony Johnston è stato fortemente sospinto sui social ottenendo la giusta visibilità.

Eppure, sbaragliando i luoghi comuni sul vasto consenso, Ricordami così non è affatto un libro semplice. L’adolescente Justin Campbell è scomparso da anni e i suoi concittadini di Corpus Christi cercano di formare un cuscinetto attorno alla sua famiglia che affronta il dramma, oscillando fra l’autocommiserazione e il senso di colpa, cercando disperatamente di riuscire a sopravvivere.

Il dolore della rimarginazione

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera.

Quello di Bret Anthony Johnston, texano, classe ’71, è – se si esclude il fatto di essere stato skater professionista – il percorso canonico di molti narratori americani dell’immediata contemporaneità: pubblicazione di alcuni racconti su riviste; pubblicazione di una prima raccolta – Corpus Christi, del 2004 – con grande fortuna critica; approdo come insegnante a un master di scrittura creativa (nel suo caso a quello di Harvard, già sotto il magistero di Dennis Lehane) prima ancora di aver scritto il romanzo d’esordio. Romanzo d’esordio dunque piuttosto atteso, che giunge ben dieci anni dopo – negli USA è stato pubblicato nel 2014, mentre da noi esce in questi giorni per Einaudi Stile Libero, nella traduzione di Federica Aceto – nella forma di questo Ricordami così, anch’esso accolto in patria da una salva di elogi. Non delude in effetti le aspettative questo romanzo dedicato al ritorno a casa di un ragazzo dopo un rapimento durato quattro anni, e che appare subito improntato a una programmatica classicità, tanto cinematografica quanto letteraria.

Più libri? Più liberi?

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di Federica Aceto Il carcere è una realtà che ci è più vicina di quanto possiamo pensare o desiderare. In Italia gli istituti di pena sono oltre 200 e la popolazione carceraria è di oltre 60.000 persone: insomma, direttamente o indirettamente ci riguarda tutti. Ieri a scuola ci chiedevamo se quelli di Più Libri Più Liberi avessero mai, nel […]

Editori che non pagano, ovvero della solidarietà tra i lavoratori dell’editoria

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Federica Aceto è una delle migliori traduttrici italiane dall’inglese. Ha tradotto molti autori, tra cui Martin Amis, J.G. Ballard, Don DeLillo, Stanley Elkin, A.L. Kennedy, Ali Smith (e qui trovate anche una sua bella intervista a Ali Smith). Da pochi giorni c’è in libreria la sua splendida versione di End Zone di Don DeLillo, uscita per Einaudi, e qui potete trovare un piccolo interessantissimo saggio a riguardo. Da un bel po’ di anni si occupa anche dei dei traduttori e dei lavoratori dell’editoria in genere. Qualche mese fa è stata fra i promotori del blog Editori che pagano, uno strumento di delazione al contrario per quanto le buone e le cattive pratiche del mondo culturale. Questo post è uscito sul suo blog personale. Lo ripubblichiamo, ringraziando l’autrice (Ps. Chi è interessato alla traduzione, può andarsi a vedere gli incontri della serie “Amati e traditi”, promossi dalla Regione Lazio attraverso il Progetto ABC Arte Bellezza Cultura. Qui tutti gli appuntamenti) .

di Federica Aceto

Era da tempo che pensavo di cominciare a curare un blog sulla traduzione. Sì, proprio ora che i blog stanno tramontando, ma vabbè.

Quando si traduce capita di fare ragionamenti complessi, a volte anche preziosi perché tornerebbero utili in futuro e ci eviterebbero sprechi di tempo quando ci capiterà di nuovo di affrontare problemi simili. Ma spesso sono cose non verbalizzate, che  scivolano via, si perdono. Vorrei fermare qui, in questo luogo pubblico, quei pensieri, per la mia riflessione futura e per coloro i quali capiteranno qui per caso.