I librai erranti di Pontremoli

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Pubblichiamo la versione aggiornata di un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. * Alcuni anni fa, grazie alla pubblicazione di “Al paese dei libri” di Paul Collins (Adelphi), i lettori italiani hanno scoperto l’esistenza di una piccola “Mecca dei bibliofili” al confine tra Galles e Inghilterra, la graziosa Hay-on-Wye, un paesino che alla fine degli […]

I treni non esplodono. Un libro sulla strage di Viareggio

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di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

Studio sulle possibilità del vuoto

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Pubblichiamo una recensione di Federico di Vita su «Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo» di Miguel Angel Cuevas.

Meter una pala en el aire y sacar el aire
Introdurre una vanga nell’aria e tirar fuori l’aria
Jorge Oteiza

Una sera della scorsa primavera è stato presentato a Firenze un libro di poesie che è più di un libro, si tratta di un oggetto capace di trascendere la consueta attesa che monta nel lettore quando si approccia a un volume, poetico e non solo. Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo di Miguel Angel Cuevas (poeta e traduttore spagnolo) con le illustrazioni di Massimo Casagrande (le cui opere, dedicate ai singoli frammenti, li completano e li accompagnano – senza limitarsi ad illustrarli), è proposto come uno studio e un omaggio all’opera dello scultore basco Jorge Oteiza. Non c’è rapporto didattico tra poesie e tavole, come allo stesso modo mancano legami espliciti tra l’opera libresca e quella scultorea: Cuevas (e in qualche misura “al quadrato” Casagrande) hanno tentato di recuperare lo spirito della creazione artistica di Oteiza, proponendo un lavoro tutto giocato sul tentativo di “mettere una vanga nell’aria e cavarne fuori l’aria”, sulla possibilità, (in)comunicativa e paradossale, di rendere uno spazio al vuoto, e di farlo creando.