Matthews, Fidel e il New York Times

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«Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell’aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell’estremità meridionale dell’isola», recita l’incipit dell’articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell’isola caraibica. Aveva l’urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall’ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall’editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell’America Latina.

Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano

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“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

E Cuba aspetta Godot

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

Il comandante biondo. Breve storia di William Alexander Morgan

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Pubblichiamo un testo di Giulio D’Antona su William Alexander Morgan.

di Giulio D’Antona

Sono due gli stranieri ad aver raggiunto il grado di comandante, nella Cuba rivoluzionaria. L’altro è Ernesto Guevara.

C’è questa foto, in bianco e nero. Fidel è seduto in quel suo tipico modo debosciato, sorride e applaude. È l’unico barbudo ancora fedele al termine. La Sierra è lontana, non tanto nel tempo, quanto nella fatica e nelle battaglie. Santa Clara è ieri, ma sembra passata una vita.

L’uomo davanti a Fidel non è cubano, e si vede. Ma nemmeno sudamericano. E si vede. È biondo, alto un metro e novanta abbondante, la mascella squadrata da marmittone statunitense. Comandante William Alexander Morgan. Ha la faccia di chi ha combattuto, ma non quella che ci aspetteremmo da uno che ha assaltato un treno carico di armi governative a capo del Segundo Frente Nacionàl, spalla a spalla con il barbudo – anche lui uno dei pochi a mantenere lo status – Guevara, e ha tenuto d’assedio una cittadina per tre giorni, nel corso della battaglia conclusiva che dopo sei anni di guerriglia ha coronato il sogno rivoluzionario. Ha più l’aria di uno che ha bombardato la Corea. Eppure è stato lì, in prima linea assieme ai simboli del socialismo internazionale, unico yankee dalla parte sbagliata del fronte.