La speculazione finanziaria fatta con gli editoriali

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Il supplemento Life and Arts del Financial Times è uno delle isole del tesoro della stampa globale, ma sabato ha pubblicato un articolo di commento che riunisce in un solo colpo i quattro difetti capitali della ‘cultura del commento’: impressionismo, riassuntismo, catastrofismo, battutismo.

Quegli stessi errori che suggeriscono a molti di lasciar perdere gli opinionisti e preferire loro i data-journalists. Ma quando il tavolo da gioco si chiama Financial Times, e l’audience è una selezionata classe di lettori globali influenti, in cui a meno di tre gradi di separazione si copre l’intero spettro del potere economico occidentale, un pezzo superficiale come quello che Simon Kuper ha dedicato al cosiddetto ‘declino italiano’ fa pensar male e sospettare peggio. L’abstract del pezzo è: ‘sono stato invitato per un paio di volte in Italia negli ultimi due mesi e vi racconto in tre colonne la differenza tra crisi e declino. Lo faccio senza citare una mezza cifra, o un dato numerico di qualsiasi tipo, intervistando persone che ho per varie ragioni intercettato lungo il cammino (quasi tutti a diversi gradi ‘opinionisti’, osservatori, a loro volta – e di ottima qualità, peraltro), senza ascoltare la testimonianza di nessun protagonista – positivo o negativo – della ‘crisi’. Il modello anglosassone della ‘letter from Rome’, o ‘from Milan’, che in un’epoca di verifiche incrociate e disponibilità di informazioni assoluta forse dovrebbe un po’ essere rivisto.

Marx 2.0? “Il Capitale del XXI secolo” – Incontro con Thomas Piketty

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Pubblichiamo l’intervista che Marco Cicala ha fatto all’economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell’uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.