Non è vero che tutte le storie sono state raccontate

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All’inizio dell’estate, il Festival Letteraure di Roma mi ha chiesto di scrivere e leggere un testo a piazza del Campidoglio. Argomento: “cosa resta da fare alla letteratura”. Il reading si è svolto il 16 giugno del 2015 (insieme a me Edmund White, Daša Drndić, Lola Shoneyin). Condivido il testo del mio intervento con i lettori di m&m.

Che cosa resta da fare alla letteratura? È questa una domanda che sarebbe suonata forse meno urgente fino a venticinque anni fa, e che oggi accompagna i giorni di una nuova età dell’ansia. Il tempo in cui viviamo ci spiazza di continuo. Qualcuno si era illuso che il ventunesimo secolo sarebbe stato una crociera senza iceberg. Ci siamo fatti cogliere di sorpresa un’altra volta, distratti dall’orchestrina che suonava.

Il novecento aveva offerto delle lezioni anche terribili da cui credevamo di avere imparato molto, e si era chiuso lasciandoci in eredità delle promesse che alla prova dei fatti non hanno retto, e in certi casi si sono addirittura rivelate un rettilario per le solite uova fatali.

“Sono guarita scrivendo”: intervista a Maylis De Kerangal

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di Francesco Musolino 

«Una delle esperienze più forti della mia vita è stata la possibilità di assistere ad un trapianto di cuore. Ho visto con i miei occhi l’attimo preciso in cui il cuore a ricominciato a battere. Ed è stato incredibile».

La scrittrice francese 47enne Maylis De Kerangal è considerata una delle autrici contemporanee più importante, e con il suo nuovo romanzo, Riparare i viventi (edito da Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello) è arrivata la definitiva consacrazione in patria. Ma togliamoci subito il dente, Riparare i viventi è un libro coraggioso, maestoso. Si parla spesso della funzione catartica ma pochi hanno scritto di trapianto, del concetto ontologico del dono e della sua «chiave di lettura propagandistica», assistendo in prima persona al reimpianto di un cuore nel soggetto ricevente. La De Kerangal racconta questo libro come un’onda, un movimento che parte dalla prima pagina per spingersi sino alla spiaggia, per giungere dal petto del 20enne Simon Limbres – che troverà la morte cerebrale nelle primissime pagine per un banale colpo di sonno – sino al corpo di Claire Méjan, la donna che ricevendolo, si salverà. Riparando la ferita, lo strappo dal tessuto sociale.

Martin Amis incontra i giganti: alla guerra contro i cliché

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di Marco Missiroli

Eccolo lì, Martin Amis ha poco più di vent’anni e si presenta alle riunioni del «Times Literary Supplement» con i capelli lunghi, una camicia floreale e gli stivali tricolori alti fino al ginocchio. Porta i segni di notti bohémien e condotte hippy, di derive debosciate e di un padre ingombrante che detta le fondamenta della cultura britannica. È il ragazzo della buona Londra con la dentatura della peggiore Londra. È, soprattutto, il cervello più affilato e metodico della nuova critica letteraria. «Non facevo che leggere libri di critica: mi portavo dietro Edmund Wilson e William Empson praticamente ovunque: nella vasca da bagno, in metropolitana. Prendevo questa faccenda molto sul serio».

Comincia qui la rivoluzione amisiana: ribaltare gli stereotipi letterari a colpi di talento illuminante. Da critico? No di certo. Da scrittore? Non proprio. Il vangelo di questo figlio della narrazione viene dalla lettura. Più precisamente: dal semplice effetto che le parole hanno sugli uomini. È la fisiologia de La guerra contro i cliché (traduzione di Federica Aceto, Einaudi, pagine 224, € 22), il grande corpo che raccoglie il giudizio, le ironie, le avventure di questo autore verso i suoi maestri: Nabokov, Mailer, Bellow, Capote, Joyce, Roth e altri bellimbusti. La classe è al completo. Martin Amis non siede in cattedra, è tra i banchi.

Ricordando Nadine Gordimer

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Il 13 luglio è morta Nadine Gordimer. La ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston pubblicata su il manifesto nel 2008.

Come racconta in uno dei saggi raccolti in Vivere nell’interregno, Nadine Gordimer ha cominciato a scrivere quando aveva appena nove o dieci anni, e lo fece con “un atto senza responsabilità”. Con il passare degli anni, però, grazie all’“apparentemente esoterica speleologia del dubbio, guidata da Kafka più che da Marx”, questa scrittrice naturale – dotata della capacità di cogliere nelle vite degli altri “vapori di verità condensata” e, “come un dito che disegna su un vetro”, di scriverne la storia – ha cominciato a riconoscere la vergognosa politica razzista del governo sudafricano, e a interrogarsi sul paradosso che lega il regno dell’immaginazione creativa a quello dell’impegno sociale. Infatti, più si immergeva nel primo, “per attraversare gli abissi dell’aleatorio e assoggettarli alle parole”, e più i suoi libri si caricavano inaspettatamente di valenza politica; più si abbandonava, senza resistenza, al soggetto da cui veniva scelta – perché, come spiega, ogni scrittore è scelto dal suo tema, e non viceversa – e più la sua scrittura diventava un potente e sensibile scandaglio delle contraddizioni del Sudafrica.

Intervista a Bernardo Valli

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Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

Scrivere secondo John Barth

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Pubblichiamo un estratto dalla raccolta L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura di John Barth a cura di Martina Testa, e vi invitiamo alle 21 alla libreria minimum fax di Roma per l’incontro Perché leggere John Barth? con Giordano Tedoldi e Damiano Abeni.

Va da sé

di John Barth

Cos’è la narrativa? Cos’è una storia? Cosa spiega il fatto che gente di ogni epoca e di ogni luogo pare trovare piacere, sia a livello individuale che di cultura collettiva, nell’inventarsi delle storie e poi nel raccontarle o scriverle o metterle in scena, come anche nel sentirle o leggerle o vederle rappresentate?

Domande del genere sono talmente elementari che ci sembrerebbe di poter rispondere a ciascuna: «Va da sé». Ma (1) quando io ero un giovane apprendista scrittore di narrativa, appena insignito del diploma di Master of Arts ma ancora ben lungi da qualsiasi maestria nella mia arte, presi la decisione – non so se per una scelta automatica dettata dalla passione o per una profondamente sentita mancanza di alternative – di pagare l’affitto insegnando all’università, almeno fino a quando i proventi delle mie opere letterarie non mi avrebbero gonfiato il portafoglio; e inoltre decisi di dedicare il versante accademico della mia vita a dire e ripetere all’infinito, come un mantra, tutto ciò che riguardo l’arte della narrativa non c’è bisogno di dire, fino a quando l’ovvio non si sarebbe spogliato della propria ovvietà diventando così nuovo e arcano, come succede alla propria firma dopo che uno l’ha riscritta mille e una volta di fila – alquanto interessante esercizio di defamiliarizzazione ontologica.

Rossori letterari

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Ordiniamo a qualcuno di arrossire. Presumibilmente – dopo una serie di sforzi per indursi disagio, una declinazione del metodo Stanislavskij focalizzato sulla vergogna – l’esito sarà nullo. Forse con un po’ d’impegno si arriverà a simulare, nella postura, l’imbarazzo (sguardo in basso, la punta delle dita contro le labbra), ma guance e fronte permarranno intatte.

Il rossore si sottrae all’ordine. Perché, appunto, non può essere suscitato da un comando, ma anche nel senso che coincide con un disordine del corpo, con una sua piccola impalpabile insubordinazione. Il rossore è l’irruzione improvvisa, sulla superficie somatica, di uno stato d’animo che non si è in grado di disciplinare: l’ammutinamento più lieve e silenzioso che i nostri corpi siano in grado di generare.

Il Palazzo delle larghe intese

Il Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti

Questo articolo sulla mostra centrale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Massimiliano Gioni, che chiuderà al pubblico il 24 novembre, è uscito sul n. n. 31 di “alfabeta2” luglio-agosto 2013. (Foto: il Palazzo Encicopedico di Marino Auriti.) 

Il Palazzo Enciclopedico proposto da Massimiliano Gioni in questa Biennale entrerà certamente nella storia – quanto meno, nella storia dell’arte contemporanea. La mostra si presenta infatti come la più compiuta realizzazione, almeno finora, di una tendenza fortissima nell’arte e nella cultura degli ultimi anni.

L’enciclopedismo alla base delle due sezioni (Giardini e Arsenale) è di specie relativamente recente. Non si tratta, infatti, dell’enciclopedismo rinascimentale, né tantomeno di quello illuminista, ma piuttosto di quel tipo particolare, strettamente connesso all’industrializzazione e alla massificazione della cultura e del sapere, che Flaubert per primo faceva a fettine in Bouvard e Pécuchet. È un enciclopedismo che viene esplicitato e esibito fin dalle prime mosse – il progetto utopico e irrealizzabile di Marino Auriti, pendant immaginario del Sam Rodia autore delle molto realizzate e concrete torri di Watts a Los Angeles – come disfunzionale, fallimentare. Per questo contemporaneo.

Alessandro Piperno racconta Saul Bellow

Saul Bellow

Arriva oggi in edicola il numero cinquantacinque di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un articolo di Alessandro Piperno uscito a dicembre 2012 ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Alessandro Piperno

Prendete i soldi. Un tempo c’erano i soldi. Non facevi a tempo ad aprire un romanzo senza essere letteralmente sommerso da montagne di quattrini. Balzac ci informa pedissequamente sulla solvibilità di ciascun personaggio. Lo stesso Tolstoj, con tutto il suo aristocratico riserbo, è molto sollecito nel rivelare la situazione patrimoniale dei suoi eroi. I soldi, nel cosiddetto romanzo borghese, hanno un ruolo così determinante che molto spesso offuscano le faccende romantiche; o quanto meno le affiancano: come nel caso della Signora Bovary.

Dire che la povera Emma si ammazzi perché oberata dai debiti è un’imprecisione. Ai debiti bisogna aggiungere il senso di delusione e di beffa suscitato in lei dal contegno pusillanime dei suoi amanti (entrambi spilorci). Ma è comunque un fatto che i soldi c’entrino. Così come c’entrano nel delitto compiuto da Raskolnikov e nel revanscismo amoroso di Jay Gatsby. Ma oggi? Chi è disposto a scrivere di soldi oggigiorno? Perché gli scrittori contemporanei nelle faccende pecuniarie si mostrano così avaramente reticenti? E perché nessuno gli rimprovera tale omissione? Basterebbe interrogare le nostre tasche sfibrate per capire che non c’è argomento più impellente. Dov’è finito il fantastico biglietto da un milione di sterline di Mark Twain, e le monete d’argento carezzate da un bieco usuraio dickensiano?

Il denaro, nella maggior parte dei romanzi contemporanei, appare solo per biasimare chi ne ha troppo, o per compatire chi non ne ha abbastanza. Ma la poesia del denaro, be’, quella è scomparsa. Sostituita da una specie di ascetismo puritano. È a questo che penso, in un’associazione di idee non proprio lineare, mentre mi arrovello sulla ragione per cui i lettori contemporanei snobbano uno scrittore del calibro di Saul Bellow. Lui era uno che credeva nella corsa all’oro. Lui che quella corsa all’oro l’aveva intrapresa con successo. Sono trascorsi pochi anni dalla sua morte: sembra passato un secolo. Non che venga ufficialmente disdegnato. Anzi, può ancora capitare di imbattersi in qualcuno che te ne parla con finta devozione.

Quando Teresa si arrabbiò col paradiso

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Tex Avery.)

Delle famiglie infelici – ognuna a modo suo – sappiamo molto. Da Tolstoj a Franzen, da Flaubert a Eugenides, la letteratura si fa carico di raccontare l’amore storpio dei genitori, la rabbia orgogliosa dei figli, l’ubbidienza che cova mostri e la disubbidienza obbligatoria dei pugni in tasca: in che modo tutto ciò genera quel grumo sentimentale, fisiologicamente infetto, strutturalmente irrisolto e irrisolvibile che è la vita in comune di padri madri figli.

Forse per il fatto che le narrazioni hanno bisogno di conflitto, il famigerato «nucleo familiare» è stato e continua a essere covo più che nido, focolaio più che focolare, malattia, precipizio, follia, uno smalto di relazioni edificanti scorticato il quale si sprofonda in frizioni senza fine, in vincoli, in tagliole, in un brulichio di fenomeni che nessuna fiction di prima serata, con la sua difensiva ostentazione di conciliante armonia, riuscirà mai a dissimulare.