“Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera

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Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

Rosacea in inglese si dice ROH-SEI-SCIAH

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Questo racconto è uscito su Abbiamo le prove.

È la maledizione dei celti! Così la chiama il medico di base che in tutta fretta ho consultato alla comparsa delle prime papule. The Curse of the Celts. Qui in Inghilterra, dice, colpisce una persona su quattro. Più le donne che gli uomini. Insorge generalmente intorno ai trent’anni.

Mi viene il sospetto che il dottor Patel stia usando dati presi a caso dalla mia cartella clinica, così, tanto per prendermi per il culo. Aspetto solo che da un momento all’altro mi dica “colpisce le donne di quasi trent’anni che possono vantare remote ascendenze gallesi e si sono da poco stabilite in una sconosciuta città termale del Regno Unito” oppure “colpisce una donna affetta da incurabile nostalgia su tre”; “studi clinici hanno dimostrato che l’incidenza statistica aumenta in rapporto alle ore spese dal soggetto seduta a bere caffè e immalinconirsi nell’umida cucina di un terratetto vittoriano”.

Dance me to the end of love

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Questo racconto è uscito su Vicolo Cannery. (L’immagine è un fotogramma del film “Non si uccidono così anche i cavalli?”)

di Flavia Gasperetti

Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love

-01.00

Davvero la festa degli innamorati quest’anno la passeremo qui nel centro commerciale Porte di Roma della Bufalotta insieme ad altre – quante saranno? – cinquanta, sessanta coppie?

L’idea è stata tua, d’accordo, ma io ho accettato. Io ho accettato.

Sarà divertente, hai detto.

Sarà una cosa che racconteremo per anni, hai detto.

Soprattutto è una cosa che mi hai presentato come fosse un regalo, un regalo di San Valentino per me. Ho aperto una busta di cartoncino rosso credendo di trovarci un biglietto della Hallmark pieno di cuoricini e invece dentro c’era l’attestato di iscrizione, con tanto di logo del Guinness Book of World Records e i nostri nomi stampigliati sopra.

Ci saranno un sacco di sponsor, hai detto tu

Alle brutte ci stufiamo e ce ne torniamo a casa pieni di roba gratis.

La roba gratis, la vediamo ora che siamo tutti in attesa di cominciare e ciondoliamo tra i vari stand tanto per passare il tempo, è soprattutto cioccolata, cioccolata a perdita d’occhio. E ovviamente fiori, bigiotteria, tariffe promozionali you&me reclamizzate da compagnie telefoniche. Strana incongruità: c’è anche un’agenzia di speed-dating, che regala preservativi e bottiglie mignon di spumante.

Dentini

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Questo pezzo è apparso su Abbiamo le prove. (Fonte immagine)

di Flavia Gasperetti

“Il tuo grande avvenire”. Ascoltalo ripetere questa frase sorridendo, osserva il modo in cui stira piccole labbra molli su una chiostra di dentini ordinati che sembrano da latte. Il grande avvenire che avrai, si suppone grazie al suo aiuto.

Che gliene viene a lui, di esercitare questo ruolo di mentore, lui che ha fatto questo e quello, un lungo, dettagliato e inverificabile curriculum che ama recitarti da capo in ogni occasione. Lui che era allievo di Tizio, assistente di Tizio, che conosce Caio anzi è stato addirittura il curatore della prima mostra di Caio, anche se nessuno lo sa, e come lo stimano Tizio e Caio! Ma in particolare Sempronia. Sempronia non muove un passo senza di lui, non riusciva nemmeno a chiudere la sua prima personale, poverina, senza il suo, di lui, rigoroso apporto. “Certo che ti aiuto Sempronia, le ho detto, ma in modo informale, si intende, resti tra noi”. E poi, tutte queste Sempronie, le sue discepole segrete, non ti vanno a esporre alla Biennale? “Siamo ancora grandi amici, io e Sempronia, ho sempre avuto una maggiore e istintiva attitudine per l’amicizia con le donne”.