Soffia un vento tropicale su Roma

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Domenica 18 dicembre, all’interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull’Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

Carne da canone

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(fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

La letteratura come dono: le lezioni di scrittura di Bernard Malamud

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Arriva oggi in libreria Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura di Bernard Malamud (minimum fax). Pubblichiamo un estratto dalla prefazione del curatore Francesco Longo, ringraziando l’autore e l’editore.

Come l’innamoramento, anche la scrittura alterna stati di grazia a lunghi tormenti. Bernard Malamud percepiva così il suo talento letterario: una benedizione capace di sanguinare come una ferita». E dato che molti dei suoi personaggi tendono a perdere la testa per le donne, quella definizione vale anche per la loro inclinazione alla passione amorosa.

Che siano affetti da romanticismo acuto o che tentino di scrivere un romanzo, di notte i suoi eroi sono troppo scossi dalla vita e non riescono a dormire. Se dormono piangono nel sonno, a meno che i cuori non abbiano finito le lacrime. «Gli faceva male il cuore per la voglia che aveva di lei», si legge nel suo primo romanzo, Il migliore, del 1952. «Si torceva dal desiderio. Contemplò il proprio viso straziato nello specchio e lo fissò, al colmo dell’infelicità», si legge in Una nuova vita. Nel racconto «Natura morta», compreso in Prima gli idioti, sappiamo che Arthur Fidelman era innamorato e infelice quanto mai era stato». Gli uomini tremano, restano a guardare da lontano giovani fanciulle svanire dalle loro esistenze, non osano nulla a parte covare il malessere. Scrittori, aspiranti scrittori, biografi di grandi scrittori, docenti di scrittura, in scena tutti soffrono per amore e per l’arte letteraria cui aspirano.

La vita, l’amore e la famiglia secondo Richard Yates

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Il 3 febbraio 1926 nasceva Richard Yates. Pubblichiamo la prefazione di Francesco Longo a Sotto una buona stella (minimum fax). (Fonte immagine)

Granate che esplodono e porte che sbattono. Le pagine di Sotto una buona stella sono lacerate da due guerre. Quella combattuta dal giovane soldato americano Robert Prentice, che salpa dagli Stati Uniti per l’Europa, dove la seconda guerra mondiale è ormai quasi al tramonto, e quella che vede in trincea la madre di Robert, Alice Prentice, in perenne guerra con l’esistenza. Richard Yates le combatté entrambe: si arruolò nell’esercito e sbarcò in Europa, e patì i traumi privati dovuti prima al divorzio dei genitori – aveva solo tre anni – e poi alla crisi e al divorzio con la prima moglie. Questi dolori furono le porte da cui entrò la corrente gelida della tristezza che lo investì per il resto dei suoi giorni, e la sua vita divenne tanto amara che per mandarla giù servirono sempre moltissimi drink. L’unico vero analgesico fu la scrittura.

End Zone, la summa delle ossessioni di DeLillo

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) convoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà lu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.

Leggere End Zone dopo aver conosciuto gli altri grandi romanzi di DeLillo ha però il vantaggio di rivelare come i suoi assili attuali circolassero sin dall’origine della sua letteratura.

Quell’intervista che rivela lo scrittore

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

Figurine mondiali

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

John Cheever e Roma

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È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l’Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

Contro il polemismo. Per la critica come mediazione.

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Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.