La profondità delle superfici di Francesco Longo

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Photo by Joshua Earle on Unsplash

Chi di noi, leggendo Il giardino dei Finzi-Contini, non si è un po’ innamorato di Micol? Chi non si è perso a immaginare di trascorrere insieme a lei un pomeriggio, attraversare con lei il giardino,gustando il suo modo di fare e la sua ironia? Chi non ha sognato di entrare nel suo mondo privilegiato, pur destinato a una così tragica caduta?

Francesco Longo, nel suo primo romanzo Molto mossi gli altri mari, non soltanto mostra la propria predilezione per Micol, ma si appropria di questo personaggio, le regala una nuova esistenza, una capigliatura riccia e regale, degli occhi azzurri con al loro interno dei riflessi lunari, e la pone al centro dell’immaginazione di Michele, il giovane narratore protagonista del romanzo.

Aspettando la mareggiata perfetta: le onde inquiete di Francesco Longo

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Oltre che per la sua attività di giornalista culturale, conosco Francesco Longo attraverso i suoi tweet: interventi sporadici ma sempre garbati, misurati, dietro cui spesso si intravedono un inconfondibile acume e una sfrenata sensibilità. Sono aggettivi che descrivono molto bene anche la scrittura con cui, in Molto mossi gli altri mari (Bollati Boringhieri), Longo si affaccia da solo sul panorama della narrativa dopo varie pubblicazioni saggistiche ed esperimenti di coautorship.

La sua voce discreta e sensibile si riverbera alla perfezione in quella di Michele, adolescente malinconico e inquieto che abita il promontorio di Santa Virginia, meta di villeggianti e surfisti esperti, in un romanzo di formazione ad alto tasso di struggimento che rievoca dalla distanza i personaggi di Giorgio Bassani e le atmosfere di Call me by your name di Luca Guadagnino.

I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari

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Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.

Soffia un vento tropicale su Roma

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Domenica 18 dicembre, all’interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull’Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

Carne da canone

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(fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

La letteratura come dono: le lezioni di scrittura di Bernard Malamud

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Arriva oggi in libreria Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura di Bernard Malamud (minimum fax). Pubblichiamo un estratto dalla prefazione del curatore Francesco Longo, ringraziando l’autore e l’editore.

Come l’innamoramento, anche la scrittura alterna stati di grazia a lunghi tormenti. Bernard Malamud percepiva così il suo talento letterario: una benedizione capace di sanguinare come una ferita». E dato che molti dei suoi personaggi tendono a perdere la testa per le donne, quella definizione vale anche per la loro inclinazione alla passione amorosa.

Che siano affetti da romanticismo acuto o che tentino di scrivere un romanzo, di notte i suoi eroi sono troppo scossi dalla vita e non riescono a dormire. Se dormono piangono nel sonno, a meno che i cuori non abbiano finito le lacrime. «Gli faceva male il cuore per la voglia che aveva di lei», si legge nel suo primo romanzo, Il migliore, del 1952. «Si torceva dal desiderio. Contemplò il proprio viso straziato nello specchio e lo fissò, al colmo dell’infelicità», si legge in Una nuova vita. Nel racconto «Natura morta», compreso in Prima gli idioti, sappiamo che Arthur Fidelman era innamorato e infelice quanto mai era stato». Gli uomini tremano, restano a guardare da lontano giovani fanciulle svanire dalle loro esistenze, non osano nulla a parte covare il malessere. Scrittori, aspiranti scrittori, biografi di grandi scrittori, docenti di scrittura, in scena tutti soffrono per amore e per l’arte letteraria cui aspirano.

La vita, l’amore e la famiglia secondo Richard Yates

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Il 3 febbraio 1926 nasceva Richard Yates. Pubblichiamo la prefazione di Francesco Longo a Sotto una buona stella (minimum fax). (Fonte immagine)

Granate che esplodono e porte che sbattono. Le pagine di Sotto una buona stella sono lacerate da due guerre. Quella combattuta dal giovane soldato americano Robert Prentice, che salpa dagli Stati Uniti per l’Europa, dove la seconda guerra mondiale è ormai quasi al tramonto, e quella che vede in trincea la madre di Robert, Alice Prentice, in perenne guerra con l’esistenza. Richard Yates le combatté entrambe: si arruolò nell’esercito e sbarcò in Europa, e patì i traumi privati dovuti prima al divorzio dei genitori – aveva solo tre anni – e poi alla crisi e al divorzio con la prima moglie. Questi dolori furono le porte da cui entrò la corrente gelida della tristezza che lo investì per il resto dei suoi giorni, e la sua vita divenne tanto amara che per mandarla giù servirono sempre moltissimi drink. L’unico vero analgesico fu la scrittura.

End Zone, la summa delle ossessioni di DeLillo

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) convoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà lu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.

Leggere End Zone dopo aver conosciuto gli altri grandi romanzi di DeLillo ha però il vantaggio di rivelare come i suoi assili attuali circolassero sin dall’origine della sua letteratura.

Quell’intervista che rivela lo scrittore

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

Figurine mondiali

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.