Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

John Cheever e Roma

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È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l’Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

Contro il polemismo. Per la critica come mediazione.

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Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

Quanto Kafka c’è nell’uomo di Kiev di Malamud

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Come tutti i grandi della letteratura, Franz Kafka non ha solo influenzato gli scrittori, ha cambiato anche per sempre la mente dei lettori. Senza Kafka non esisterebbero le categorie per interpretare la violenza con cui l’ingiustizia si abbatte contro un innocente, attraverso una raffinata architettura sociale e giudiziaria. Senza Kafka, non solo Bernard Malamud non avrebbe scritto L’uomo di Kiev, ma il pubblico non sarebbe stato in grado di leggerlo.

Di fatto, se si potesse sostituire il nome del protagonista del romanzo di Malamud con quello del protagonista del Processo, l’incipit di Kafka potrebbe essere la sintesi perfetta de L’uomo di Kiev: «Qualcuno doveva aver calunniato Yakov Bok, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato».

Octavio Paz, autobiografia di un lettore

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Le autobiografie degli scrittori sono sempre il racconto di come si forma un canone letterario. Se dettagliate, possono essere una miniera di consigli su poeti e scrittori da scoprire. Di solito, contengono prese di distanza da poetiche che hanno imboccato vicoli ciechi e lodi per poesie e romanzi altrui. Le autobiografie degli scrittori sono sempre, insomma, prima di tutto biografie di lettori.

Edizioni Sur ha pubblicato il libro di Octavio Paz che si intitola Anch’io sono scrittura (pp. 160, euro15) e che racconta il mondo in cui è stato immerso lo scrittore che nel 1990 vinse il premio Nobel: l’esplosiva politica messicana e la storia planetaria del Novecento che ribolliva intorno al suo Messico. Le rivolte giovanili in Europa nel 1968, l’India, gli intellettuali parigini.

«Caro Auster», «Caro Coetzee» cos’è l’amicizia?

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Questo pezzo è uscito su Europa.

«Ho smesso di leggere tutte le recensioni ai miei libri, che siano positive o negative», scrive Paul Auster in una lettera indirizzata a J. M. Coetzee. Coetzee ne prende atto e risponde ad Auster. Si interroga: «bisognerebbe scrivere una lettera al direttore, replicare alla recensione ingiusta?», ma poi riflette: «I direttori sarebbero felicissimi di un responso del genere: non c’è niente che i lettori amino di più di un bel battibecco letterario nelle colonne della corrispondenza». Nella lettera successiva, Paul Auster conclude: «hai ragione: per uno scrittore sarebbe fatale rispondere pubblicamente a un attacco velenoso».

I lettori saranno anche privati dei battibecchi letterari e delle repliche alle stroncature ricevute da Auster, ma possono ora leggere il libro in cui è riportato il suo carteggio con il premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee. La raccolta di lettere si intitola Qui e ora. Lettere 2008-2011 (Einaudi, pp. 237, euro 19,50).

Il Grande Romanzo Americano di Philipp Meyer

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Serate passate in veranda a bere whisky col cielo che si tinge di rosso. Indiani sulle tracce di orsi e lupi. Pianure così vuote e uniformi che lasciano vedere la curvatura della terra. Ragazze iscritte al college che cercano un compagno per un ballo cruciale. Nonne che sorseggiano sherry, nonne che regalano collane di perle. Notti texane illuminate dal fuoco dei pozzi di petrolio e la pelle bellissima di una giovane messicana. L’improvviso desiderio di andare in gita a Barton Springs, sdraiarsi sull’erba a guardare la gente nuotare – le coppie che amoreggiano, i ragazzi che giocano a football. Cos’altro raccontare dell’America?

Malamud racconta l’America più di una serie tv

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In occasione del centenario della nascita di Bernard Malamud pubblichiamo un articolo di Francesco Longo su Il commessouscito su Europa.

Si sente dire spesso che le serie tv (americane) sono la nuova letteratura. Di solito, per far ciò, si limita la letteratura a virtuosismi della narrazione e la si priva della sua vera essenza: l’irriducibilità del linguaggio letterario. Altre volte, si incensano scrittori perché sono abili a intrecciare generi diversi, o perché sfoggiano pirotecnici stravolgimenti della diegesi.

Bernard Malamud nel 1957 ha scritto Il commesso (minimum fax, pp. 327, euro 13,50) che in Italia è già stato pubblicato da Einaudi, ma a cui forse molti lettori approderanno ora per la prima volta.

Soledad, una voce che fa innamorare tutti

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera. (Immagine: Man Ray)

Tutti quelli l’ascoltano si innamorano di lei. Ha il naso piccolo, il taglio degli occhi affilato e la bocca violenta. Secondo chi l’ha conosciuta: «avrebbe sempre amato con disperazione, con una disperazione luminosa e solitaria, da animale in fuga». In prima media, viene condannata al silenzio dal suo professore di musica e per tutta la vita non inciderà mai un disco. Si chiama Soledad ma tutti la chiamano Sole, canta, ed è l’impenetrabile protagonista del nuovo romanzo di Fabio Stassi, Come un respiro interrotto (Sellerio). È talmente difficile definire con precisione chi sia Sole, che Stassi ha escogitato un romanzo corale, in cui ogni persona che l’ha incontrata racconta di lei un episodio o una storia, elementi che insieme si affannano per restituire la complessità di questa seducente artista.

La vita è una partita a flipper

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera.

I fallimenti umani sono una sorgente sacra per la letteratura. Tra le parabole di vite stroncate, i campioni sportivi che hanno rinunciato alla gloria formano una mirabile squadra a cui va aggiunto, da oggi, il talento sprecato di José Pagliara. Con la tipica struggente malinconia della promessa non mantenuta del calcio – per colpa di un fallaccio che spegne la sua carriera – José è il protagonista dell’esordio narrativo di Claudio Grattacaso, La linea di fondo, pubblicato da Nutrimenti. Per ventisette anni, José ha covato rabbia e nutrito il rancore contro il suo «carnefice» e ora la sua vita è insabbiata. La moglie, Barbara, è malata, vittima di ossessioni che la tengono in uno stato quasi vegetativo, la figlia ventenne, Irene, comunica col padre solo con gli sms ed è inevitabile che il protagonista conduca un’esistenza consacrata all’amarezza, a sfogliare fotografie sbiadite con uno solo desiderio: «tornarmene indietro nel tempo». Il gorgo delle riflessioni, le piaghe aperte dei rimpianti e il rimuginare sulle colpe sono oltretutto attività apparentemente vane: «la condizione di un naufrago – scrive Grattacaso – non cambia se scopre le cause che hanno fatto andare a picco la nave».