La letteratura come antidoto: intervista a Azar Nafisi

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«La letteratura è un antidoto, un memento sul potere della scelta individuale, del resto come diceva Nabokov, i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere». Nata a Teheran nel 1955, oggi Azar Nafisi è una cittadina americana — ed elettrice di Obama — ma la sua travagliata vita evidenzia come la letteratura possa essere un elemento attivo di resistenza. In un mondo materialista e schiavo della tecnologia, «necessaria almeno quanto superflua», la Nafisi è certa che solo l’educazione umanistica possa renderci consapevoli della necessità di continuare a tutelare le nostre libertà individuali. Il suo impegno attivo in patria l’ha resa invisa al regime dell’ayatollah Khomeini, divenendone una fiera oppositrice e la sua lotta per la cultura l’ha resa celebre in tutto il mondo, prima con “Leggere Lolita a Teheran” – bestseller tradotto in 32 lingue – e successivamente con “Le cose che non ho detto”, entrambi editi da Adelphi in Italia.

Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford

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Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Ricordami così. Intervista a Bret Anthony Johnston

Bret Anthony Johnston is the director of creative writing at Harvard. He has a new novel coming out and was instrumental in planning LitFest. He is pictured in his office in the Barker Center at Harvard University. Stephanie Mitchell/Harvard Staff Photographer

Ricordami così (Einaudi editore, pp.468 €21 traduzione di Federica Aceto) verrà ricordato come il libro che ha conquistato la Rete nella scorsa estate. Il libro d’esordio del romanziere statunitense Bret Anthony Johnston è stato fortemente sospinto sui social ottenendo la giusta visibilità.

Eppure, sbaragliando i luoghi comuni sul vasto consenso, Ricordami così non è affatto un libro semplice. L’adolescente Justin Campbell è scomparso da anni e i suoi concittadini di Corpus Christi cercano di formare un cuscinetto attorno alla sua famiglia che affronta il dramma, oscillando fra l’autocommiserazione e il senso di colpa, cercando disperatamente di riuscire a sopravvivere.

Mi sa che fuori è primavera. Intervista a Concita De Gregorio

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Irina Lucidi ha perso le tracce delle sue due gemelle di sei anni – Alessia e Livia – il 31 gennaio 2011. L’ex marito Mathias Schepp le rapisce e dopo 5 giorni di viaggio, attraverso la Francia e la Corsica, arriva a Cerignola in Puglia, posteggia l’auto, va in stazione e si fa travolgere dal treno. Nessuna notizia delle due bimbe, la cui sorte resterà sepolta nell’oblio. Mathias lascia però un biglietto che non lascia spazio alla speranza: «le bambine non hanno sofferto, non le vedrai mai più».  Una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica con un impatto emotivo fortissimo rivelando l’approssimazione delle indagini svolte dai gendarmi svizzeri, incapaci di ammettere la possibilità che un uomo stimato dalla comunità potesse macchiarsi di queste efferate colpe, tanto che alla fine proprio Irina, la vittima, è stata isolata e silenziosamente condannata.

Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Sono guarita scrivendo”: intervista a Maylis De Kerangal

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di Francesco Musolino 

«Una delle esperienze più forti della mia vita è stata la possibilità di assistere ad un trapianto di cuore. Ho visto con i miei occhi l’attimo preciso in cui il cuore a ricominciato a battere. Ed è stato incredibile».

La scrittrice francese 47enne Maylis De Kerangal è considerata una delle autrici contemporanee più importante, e con il suo nuovo romanzo, Riparare i viventi (edito da Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello) è arrivata la definitiva consacrazione in patria. Ma togliamoci subito il dente, Riparare i viventi è un libro coraggioso, maestoso. Si parla spesso della funzione catartica ma pochi hanno scritto di trapianto, del concetto ontologico del dono e della sua «chiave di lettura propagandistica», assistendo in prima persona al reimpianto di un cuore nel soggetto ricevente. La De Kerangal racconta questo libro come un’onda, un movimento che parte dalla prima pagina per spingersi sino alla spiaggia, per giungere dal petto del 20enne Simon Limbres – che troverà la morte cerebrale nelle primissime pagine per un banale colpo di sonno – sino al corpo di Claire Méjan, la donna che ricevendolo, si salverà. Riparando la ferita, lo strappo dal tessuto sociale.

La vita di Charlotte Salomon e l’orrore del nazismo: intervista a David Foenkinos

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di Francesco Musolino

Si può essere giovani, si può vivere un amore mentre gli animi bruciano abbagliati dalla follia nazista?

A soli 26 anni la pittrice Charlotte Salomon venne uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz il 10 ottobre del 1943. Era incinta di cinque mesi. Tedesca ma d’origini ebraiche, Charlotte non gode della fama che meriterebbe poiché il suo talento venne spezzato negli anni della Germania nazista, trovando la morte per mano di una denuncia anonima sul suolo francese: un gratuito, inspiegabile, atto di crudeltà. La vita di Charlotte venne funestata dalle crisi depressive e dai numerosi suicidi delle donne di famiglia, educandola al dolore sin da piccola. Non ancora ventenne nel pieno vigore del partito nazionalsocialista in patria, Charlotte venne umiliata con l’allontanamento dall’accademia di belle arti di Berlino mentre il padre, esperto virologo, veniva interdetto dalla propria professione e internato nel campo di Sachsenhausen.

Dave Eggers e la democrazia digitale

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di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

Il potere della tecnica nei mondi immaginari di David Cronenberg e Jennifer Egan

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di Francesco Musolino 

C’è un filo rosso che lega David Cronenberg e Jennifer Egan. Ancora meglio, non si tratta del gomitolo di fibra vegetale che Teseo usò per venire fuori dal labirinto, ma di una forte connessione fra il regista canadese (La mosca, Il pasto nudo e Crash) e la scrittrice statunitense, già Premio Pulitzer nel 2011 con Il tempo è un bastardo (edito da minimum fax). È un legame fatto di fibra ottica, brividi corporei e campi elettromagnetici.

I due autori sono recentemente sbarcati in libreria con Divorati (edito da Bompiani, pp.352 €18.50 trad. it. di Carlo Prosperi) e La fortezza (minimum fax, pp.32 €18 trad. it. di Martina Testa) e se per la Egan si tratta di un gradito e atteso ritorno, per Cronenberg la qualifica di romanziere si aggiunge ad un lunghissimo elenco di skill professionali.