Autobiografia della nazione

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Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Pacifico apparso su minima&moralia il 18 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

1. Tinello.

“E più tardi, nell’interminabile pomeriggio, che cosa potranno fare, poveretti? Francesca dipingerà: mazzi di rose, tramonti, il ritratto della mamma. Forse suona anche il piano, o ricama, o prega. E Fulco catalogherà pietre, o insetti, o fossili? Si ricorrerà agli animali imbalsamati? Magari, folaghe? Si arriverà addirittura alle conchiglie? Comunque, una giornata lenta, pigra, meridionale, qualunque. (Quella ‘twilight zone’ lavanda e violetta fra il ‘conosci te stesso’, l’autoritratto, e le pippe.)”

Questo fanno le famiglie italiane da sempre: anche qui, nel 1899 caricaturale in cui si svolge (non si svolge, semmai sta fermo) Specchio delle mie brame, epopea di luoghi comuni di Arbasino ‘74. Ottanta anni dopo, nel tinello di mia nonna la domenica a Roma stesso problema di noia – però non si può di fronte ad Arbasino fare indigestioni di madeleines e dire che “90° minuto” risolveva tutto alle sei e dieci del pomeriggio: 1) sia perché lui è contro le riletture melense del passato e di Proust, che costringono ogni cosa a diventare madeleine; 2) sia perché non è vero: “90° minuto” non risolveva niente, la domenica italiana non me la risolveva nessuno, era un trionfo del capitonné e del senso di morte.

Io odio John Updike: un estratto

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Pubblichiamo l’incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) e vi segnaliamo che lunedì 15 febbraio alle 19 l’autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico.

DB9

Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.

Il lavoro dello stile insegnato dalle correzioni manoscritte dei grandi autori

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(Nell’immagine, una pagina di bozze di Dalla parte di Swann, con correzioni di Proust)

di Claudio Lagomarsini

Nel 1903 l’editore parigino Armand Colin pubblica un titolo curioso: Le Travail du style enseigné par les corrections manuscrites des grands écrivains. È un manuale di scrittura creativa che offre lezioni di stile a partire dall’analisi degli scartafacci d’autore. Le domande a cui cerca di rispondere, ad uso degli apprendisti, sono grosso modo queste: in che cosa consiste esattamente quel “lavoro di lima” di cui tutti gli scrittori parlano? In che modo Flaubert, Racine, Balzac, Hugo hanno corretto le prime (e poi le seconde, terze, quarte…) stesure delle proprie opere, fino a trasformarle nei capolavori che conosciamo? Come sono intervenuti prima sui manoscritti e poi sulle bozze?

Mainstream, il presente di Calcutta

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Distanti quanto vogliamo, ho finito col trovare la migliore (tornerò su quello che intendo con migliore) rappresentazione del presente-presente di questo fine 2015 italiano dentro un libro e un disco. Il libro è Panorama di Tommaso Pincio, uscito in realtà qualche tempo fa – ma per me è come se fosse uscito ieri, e come se lo stessi leggendo adesso.

Il disco è Mainstream, il nuovo album di Calcutta, e qui invece posso iscrivermi all’insieme di quelle decine di persone che ascoltavano Calcutta quando suonava per pochi, mai pochissimi in verità, su un divano con chitarra tra gente che se la rideva, o proponendo cover di Cesare Cremonini. (No, il mio non è fiuto o animo da talent-scout, che è già partita tutta una gara vagamente pippobaudesca del genere l’ho-scoperto-prima-io… Va tutto bene, nel mio caso semplicemente capitavo da quelle parti.)

Un casino immenso

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Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

La vita sobria

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Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia. Jet […]

Class. Il nuovo romanzo di Francesco Pacifico

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Esce in libreria Class, il nuovo romanzo di Francesco Pacifico, edito da Mondadori. minima&moralia, con la quale Pacifico collabora, vi propone in esclusiva un estratto.

La realizzazione personale di un borghese non vale il denaro che costa. Prima sei voluta andare a vivere da sola, Ludovica, e i tuoi hanno liberato una casa che subaffittavano a un amico per darla a te, ventunenne, universitaria in pari, al cinema la sera, in salopette la domenica mattina, con i tuoi lavoretti indefessi – dogsitter, barista, schedatrice, bibliotecaria in facoltà, ripetizioni private: per te hanno cacciato l’amico in subaffitto, separato da dieci anni e padre di tre femmine, con tre mesi di preavviso (non hai mai chiesto che fine avesse fatto), e hai avuto le prime orgogliose bollette del gas e della luce, su cui cercavi sì di risparmiare – mai un bagno nella vasca e computer spento la notte – ma per la società è comunque uno scaldabagno in più, un frigo in più, una lavatrice in più, un televisore in più. L’appartamento era lontano dal centro, al Nuovo Salario; tenevi sempre almeno un fiore in un vaso. L’affitto pagato dai tuoi all’ente proprietario della casa era basso e bloccato – 300 euro – e lo pagavi a loro coi ritardi che volevi, ma comunque ti impuntavi per pagarlo, tu non eri tuo fratello, il bravo noioso ragazzo romano che studia ingegneria gestionale, vive coi suoi e non lavora: eppure, a che servono i lavoretti? Cosa conta il tuo sogno di vivere da sola, di fronte alla fine della rilevanza mondiale dell’Europa e della tua classe sociale?

Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Imparare a guardare con Gary Hustwit

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Helvetica è un font senza grazie inventato in Svizzera nel 1957 con il nome Das Neue Grotesk. Grotesk era un termine poco spendibile sul mercato, e inadatto a un carattere tipografico che era la realizzazione di tutti i sogni idealisti e i bisogni di razionalità dei designer dopo il caos della seconda guerra. Con un nuovo nome modernista ed elegante, Helvetica diventa il font che può dire tutto: da “Noi non possiamo entrare” a “It’s the real thing. Coke”. Scritti in Helvetica: i cartelli nelle metro di New York; i segnali stradali di molte capitali occidentali; lo zoo di Berlino; Chevrolet; Jackass; The Office; il white album; RUN DMC; Little Miss Sunshine; American Airlines; American Apparel.

Intervista a Federico Buffa

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Questa intervista è uscita su IL a febbraio.

Federico Buffa commenta partite di basket americano da quasi vent’anni e insieme al suo socio Flavio Tranquillo ha creato uno dei linguaggi più sperimentali della storia dell’informazione italiana. Trasformando l’American english in italiano corrente, Tranquillo e Buffa hanno insegnato agli appassionati italiani una lingua esoterica e la storia di un continente. Hanno detto “Dodici Rodman ad allacciata di scarpe” al posto di “Dodici rimbalzi a partita”. Per Sky, Buffa da qualche anno si occupa anche di calcio. Parliamo di lingua, mentori, entrature, politica in un bar di Milano, nel tardo pomeriggio.

Come cominciano i tuoi rapporti con l’America?

C’è mio padre che vorrebbe farmi fare un anno negli Stati Uniti al liceo – che all’epoca era una cosa abbastanza traumatica – perché conosce una persona il cui figlio lo fa. Io vado in una sorta di ritiro preliminare sul lago di Como di sabato mattina e vengo tagliato al primo turno: “Inadatto al mondo americano”, al che mi sono abbastanza rassegnato. Mi immaginavo giocatore di calcio della squadra e immaginavo che sarei stato piuttosto forte rispetto ai miei coetanei degli anni ’70 americani. Mi avranno ritenuto chiuso e ombroso e quindi inadatto ad andare negli Stati Uniti per un anno. Non mi sono mai perdonato di non esserci andato.