Stregati: “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

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Proseguiamo con la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega: pubblichiamo una recensione di Francesco Piccolo, uscita sul Corriere, del libro di Edoardo Albinati La scuola cattolicaRingraziamo la testata e l’autore.

di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti come Maggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli

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Proseguiamo la rassegna dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega con La femmina nuda, il romanzo di Elena Stancanelli. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Wes Anderson all’Esquilino

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

È arrivato naturalmente in treno, Wes, che odia l’aereo; alla stazione Termini, con un Frecciarossa e prima ancora con l’Orient Express, quello restaurato, da Parigi, dove risiede la più parte dell’anno. E peccato che ad accoglierlo a Roma sia stata una stazione Termini moderna coi marmi mazzoniani, e forse tassinari anche abusivi e non invece facchini africani in uniforme blu col filetto d’oro come a Milano, con quelli sarebbe impazzito Wes.

Wes Anderson, il poeta della nostalgia foderata in pelle, è stato a Roma. Una Roma naturalmente non contemporanea, una Roma-mondo tutta sua, un “Mondo Monda”, come il cortometraggio dedicato al suo alter ego italiano, Antonio Monda, personaggio dei più andersoniani e direttore della Festa del cinema che l’ha celebrato. Chissà se c’era Mondo Monda ad accoglierlo sotto l’ala mazzoniana; e piace di più però immaginare Anderson, col suo seguito di bauli, spostato un secolo in là, come un Emile Zola che come lui arrivava da Parigi, in treno, nelle annotazioni e making of del suo romanzo Roma.

Cosa vuol dire perdere una madre

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Questa riflessione di Marco Peano è uscita su Internazionale. Vi segnaliamo che domani, domenica 17 maggio, alle 17 Marco Peano presenta L’invenzione della madre (minimum fax) al Caffè letterario del Salone del libro di Torino insieme a Domenico Starnone.

Nell’Anno del pensiero magico Joan Didion ricorre a due metafore precise per descrivere l’espressione di chi ha subìto da poco un lutto. Per la scrittrice americana il dolore imprime sul viso lo stigma inconfondibile di qualcuno che “esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno” dall’ambulatorio dell’oculista. Didion rafforza l’immagine facendola seguire da un’altra appartenente allo stesso campo semantico: chi è a lutto è simile a qualcuno “che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli”.

Due metafore che hanno a che fare con gli occhi; due metafore quasi opposte: un violento eccesso di luminosità e un repentino calo della vista.

È proprio tramite lo sguardo vigile e dolente di Margherita (Margherita Buy), grazie al primissimo piano dei suoi occhi, che nei minuti iniziali di Mia madre fa la sua comparsa sullo schermo Ada (Giulia Lazzarini). Il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti (che firma sia il soggetto, insieme a Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio; sia la sceneggiatura, scritta con Santella e Francesco Piccolo) introduce così la madre del titolo mostrandola lì dove lo spettatore la vedrà stazionare per la maggior parte del film: in una stanza d’ospedale.

Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori

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Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Elena Stancanelli intervista Nanni Moretti

Shots from "Mia Madre"

Questa intervista è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Nella foto, una scena del film Mia madre di Nanni Moretti)

L’ultimo film di Nanni Moretti si intitola Mia madre. Semplicemente. È un film potente, commovente, importante. Racconta il nostro spaesamento di fronte alla morte. La protagonista, Margherita, è una regista che sta girando un film ambientato in una fabbrica. Mentre insieme al fratello Giovanni, ingegnere, assiste la madre – sempre più debole, sempre più confusa – in ospedale.

Incontro Nanni Moretti nel suo studio, alla Sacher Film.  

«Semplicemente… La semplicità… Non so. Cos’è la semplicità? Mia madre mi sembrava il titolo giusto, ecco».

Pensieri ossessivi di uno stalker di Cortázar

Julio Cortázar, em sua biblioteca (Paris 1976)

Chi scrive i nostri libri è il secondo volume delle lettere di Julio Cortázar pubblicato dalle edizioni SUR e curato da Giulia Zavagna. In occasione della presentazione del libro – questa sera alla Casa Argentina di Roma – pubblichiamo oggi la prefazione al volume scritta da Francesco Piccolo.

«Pensieri ossessivi di uno stalker di Cortázar»
di Francesco Piccolo

Se si ama uno scrittore, come io amo Cortázar, come voi presumibilmente amate Cortázar per aver acquistato questo libro e averlo aperto con il desiderio di cominciarlo, si diventa degli stalker letterari. Lo si segue, insegue, pedina, spia; si rovista nelle carte, si osservano i disegnini e gli appunti. Si ricostruiscono relazioni sentimentali e professionali, si giudica il carattere, si azzarda perfino un’osservazione irriverente sulla qualità o verità del suo amore per qualcuno o qualcuna.

Le vecchie dello Strega

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Michele Masneri ci racconta la serata finale del Premio Strega. Questo pezzo è uscito su Studio.

Sono tante. Vestono soprattutto di giallo, di rosso, di nero. A pois. Con cuffiette, nastri, velette; con orecchini a forma d’aragosta, di gambero, di serpente. Sono molto scollate. Non si vedono quasi mai in giro. Solo allo Strega.

C’è tutta una terza età gloriosa a Roma, che palpita nei taxi, al volante, nei bar; chiome candide maggioritarie, la città è loro. Però la terza età che arriva allo Strega è peculiare, si prepara ogni anno con cura, con dedizione, stando nascosta tutto l’anno per poi scendere qui a Valle Giulia e comparire nel museo etrusco come in un’apparizione, come in “Thriller” o nel battesimo di Rosemary’s Baby. Anche giovedì sera. Diverse molto grasse, tinte, con capelli corvini molto lunghi, fasciate di pelle, con rossetti rossi. Molto aggressive, anche. Chiuse in casa o in villa tutto l’anno, questa è la loro serata.

Il romanzo politico di Walter Siti

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Autobiografia e politica: difficile, leggendo l’ultimo romanzo di Walter Siti, non pensare al recente successo letterario de “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo. Pubblico e privato suonano in contrappunto in entrambi i libri, con esiti diversissimi: in Piccolo scorgiamo l’avvento del renzismo come possibile reincarnazione di quel compromesso storico fallito e rimpianto nel libro, rea confessa l’intransigente “purezza” di una sinistra che (secondo l’autore) non voleva scendere a patti con la realtà; in Siti Renzi appare tra le ultime pagine come “il metadone per l’antiberlusconismo tossico”, “antisortilegio” con cui la politica italiana prova a salvare capra e cavoli: “l’irrazionalità” del “mago Silvio” e “il senso del limite”. Forse, in fin dei conti, non sono due prospettive inconciliabili; ma Piccolo immagina la storia della sinistra italiana come un romanzo di formazione, rassicurandoci nella prospettiva di un equilibrio possibile e raccontando la storia di un individuo (lui stesso) che ricompone il passato e il presente come si fa dallo psicologo: la realpolitik come un’ortopedia dell’anima.

I doveri di uno scrittore oggi

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Nuovi argomenti, da pochi giorni in libreria, intitolato “La rivista che sapeva troppo”, che contiene, fra i molti, scritti di Francesco Piccolo, Giuseppe Rizzo, Ben Lerner, Keith Gessen, Antonella Lattanzi, Paolo Di Paolo, e un’antologia critica sulla nuova narrativa italiana a cura di 404 File Not Found

di Claudio Morici

Uno scrittore oggi deve osservare la realtà.
No. Uno scrittore oggi deve osservare dentro se stesso.
Uno scrittore oggi deve leggere molto.
Uno scrittore oggi sta troppo tempo sui libri, quello che dovrebbe fare è vivere davvero!
Uno scrittore oggi non può “vivere davvero”, altrimenti quando scrive?
Uno scrittore oggi non conta più nulla.
Mai come oggi c’è bisogno dello scrittore!