Francesco Totti, il pischello che si prese l’Olimpico

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Per ricordare uno dei calciatori più amati di tutti i tempi, a due giorni dalla sua ultima partita (sarà stata davvero l’ultima?), ospitiamo due pezzi di Matteo Nucci apparsi sul Venerdì e su Repubblica, che ringraziamo.

Ho sempre pensato che fra i grandi eroi Francesco Totti fosse Odisseo. Come l’uomo scaltro che Atena aveva fornito della forma d’intelligenza più utile agli umani, anche Totti, fin dagli esordi, aveva mostrato a tutti quella che sarebbe stata la sua dote indiscussa e probabilmente inarrivabile: quell’intelligenza astuta e lungimirante che gli avrebbe permesso di vedere ciò che a pochissimi giocatori riusciva di vedere. La consapevolezza degli spazi, la capacità di anticipare e tagliare il campo con un raggio di luce, l’abilità nell’adeguarsi al momento particolare, agli umori dei compagni e degli avversari per aprire il campo con un gesto imprevedibile.

Maradona e il futuro

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Ventinove anni fa, il 29 giugno 1986, nello stadio Azteca di Città del Messico, l’Argentina vinse il suo secondo e ultimo mondiale di calcio. A trascinare la squadra biancoceleste fu indubbiamente Diego Armando Maradona. Pubblichiamo un tributo al “Pibe de Oro”, scritto da Gianni Montieri.

di Gianni Montieri

Lo scambio di battute avviene in Youth di Paolo Sorrentino. La domanda la fa la compagna di Maradona al Diego stanco e un po’ triste, seduto sul balconcino della camera del Resort svizzero, di lusso, teatro del film. Doveva arrivare Sorrentino, o meglio, una singola battuta di un suo film, per chiarire qualcosa che probabilmente ho sempre avuto in mente. Maradona, quando giocava, pensava al futuro. È così, credo, per tutti i fuoriclasse: immaginare quello che accadrà da lì a poco e agire di conseguenza. Muoversi in anticipo sulla conseguenza, vuol dire modificarla, quello che accadrà non è più ciò che tu hai previsto, ma quello che hai generato assecondando col movimento la tua previsione. L’ossimoro che preferisco è la finta di Maradona, la cosa più vera che io abbia mai visto. Diego Armando Maradona non ha fatto altro che pensare al futuro, ogni volta che è sceso in campo, dalle Cebolittas all’ultima partita giocata.

In morte del console onorario

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

Aspettando Roma-Juve (e parlando anche di altro). Intervista a Rudi Garcia

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È sempre un piacere (e un onore) per noi di m&m ospitare gli articoli di Gianni Mura. Per cui grazie Gianni, e grazie alla redazione sportiva di “Repubblica” dove questo pezzo è stato originariamente pubblicato.

di Gianni Mura

Rudi Garcia ci riguarda (anagramma). Ci riguarda perché è il primo francese ad allenare in serie A e per giunta ad allenare una squadra devastata nel rendimento, umiliata e criticata a sangue dai suoi stessi tifosi, quindi candidata a un rapido e inglorioso fallimento. In teoria. In pratica, Garcia ha firmato un capolavoro anche se, naturalmente, ci tiene a dividere i meriti con tutti. Avevo in mente una domanda da fargli per rompere il ghiaccio: quali differenze fra Trigoria e Luchin, il centro d’allenamento del Lilla? Sono zone che conosco abbastanza, per via del ciclismo. Luchin è un impianto all’avanguardia, che si sviluppa intorno a una fattoria lunga e bassa dell’800. È vicinissimo al Carrefour de l’Arbre, dove comincia la zona di pavé più dura nella Parigi-Roubaix. Cancello la domanda man mano che il taxi s’avvicina a Trigoria, in uno scenario da Roma pasoliniana: donne più o meno vestite in mostra a ogni slargo, il ciglio della strada ininterrottamente segnato da sacchetti di spazzatura, bottiglie di plastica, brandelli di copertoni, stracci, rifiuti assortiti, un potente e annoso inno alla sporcizia. La cancello anche perché ne ho una di riserva

Vacanze a Malindi

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

Sweet home Grazioli

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Su Francesco Totti

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Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Mario Balotelli: una visita guidata

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Tra poche ore l’Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell’antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore…»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

Stili di gioco: solo un capitano

Agostino-Di-Bartolomei

La rubrica del lunedì di Daniele Manusia ci racconta la figura di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma diventato un vero e proprio simbolo dopo la morte, contrapponendola a Francesco TottiQui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

A Roma, città-famiglia, ci si riferisce ad Agostino Di Bartolomei, capitano del secondo scudetto e della finale  di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico contro il Liverpool, chiamandolo con affetto e tenerezza “Ago” o “Diba” e quando si parla di lui, suicida esattamente dieci anni dopo quella finale, l’emozione è quella che si avrebbe per un fratello maggiore, o un figlio, scomparso troppo presto. La mitizzazione avvenuta dopo la sua morte lo ha trasformato nell’emblema del capitano silenzioso, simbolo di riservatezza contrapposto alla più comune spavalderia romana. Di Bartolomei rappresenta per alcuni, in sostanza,  l’anti-Totti.