L’arte della rivalità

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo. (Nell’immagine il dipinto di William Turner Veduta di mare a Helvoetsluys).

«È stato qui, e mi ha tirato una fucilata», mormorò John Constable in un giorno di primavera del 1832, rientrando nella sala della Royal Academy dove il suo quadro con l’Inaugurazione del Ponte di Waterloo era esposto accanto ad una marina di William Turner.

Cos’era successo? Constable aveva lavorato per un decennio a quella grande tela in cui il paesaggio urbano si faceva pittura di storia, una sorta di summa artistica nella quale aveva condensato i risultati di una lunghissima frequentazione di Canaletto, e di Claude Lorrain.

Nulla di tutto questo preoccupò Turner, che fu invece colpito dai rossi brillanti delle bandiere e delle coperture delle barche che affollavano il Tamigi al centro del quadro del rivale: la sua Veduta di mare a Helvoetsluys era così grigia, al confronto. Così, con un gusto teatrale che finì di mandare in bestia Constable, egli entrò nella sala con la tavolozza, e aggiunse un tocco di rosso «non più grande di uno scellino» in mezzo al suo mare, andandosene soddisfatto.

Dieci note sui vivi e sui morti nell’immaginazione di Emma Dante

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Pubblichiamo la postfazione di Giorgio Vasta al volumetto Le sorelle Macaluso (Glifo edizioni). Il libro contiene l’omonimo testo teatrale di Emma Dante — che ha debuttato a Napoli due anni fa, e continua a girare in Europa — e gli interventi critici di Renato Palazzi, Roberto Giambrone e Giorgio Vasta.

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A Matter of Life and Death. In italiano Scala al paradiso, ma il titolo originale del film del 1946 di Michael Powell ed Emeric Pressburger rende subito esplicito l’argomento: una questione di vita e di morte.

Nella prima scena un pilota dell’aeronautica militare inglese – si chiama Peter, l’attore che lo interpreta è David Niven – discute via radio con June, una radiotelegrafista americana – interpretata da Kim Hunter – mentre il suo aereo, appena colpito da un caccia nemico, sta precipitando nella Manica. Tra allusioni e citazioni, l’autoironia di lui e la commozione di lei, il dialogo tra i due, che non si sono mai incontrati, si risolve nel momento in cui Peter si paracaduta fuori dall’aereo in fiamme certo di andare incontro alla morte. Invece, trascorsa qualche ora, si risveglia in riva al mare, sorpreso di essere sopravvissuto. E la sua sorpresa aumenta quando di lì a poco, fermata una ragazza in bicicletta per domandarle informazioni, riconoscerà nella sua voce quella di June.

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È in libreria per minimum fax l’edizione tascabile dell’antologia La qualità dell’aria. Storie di questo tempo curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo e apparsa per la prima volta nel 2004. Pubblichiamo il racconto di Nicola Lagioia, ringraziando l’editore.

Non sarò mai un vero fumatore. Mi mancano tenacia, disinvoltura, senso di colpa. Mi manca un certo automatismo, una particolare morbidezza, la temporanea sospensione del giudizio che va dal gesto di accendere la cicca a quello di abbandonarne i resti. La nicotina non mi entra nel sangue. I cinque minuti di una banale fumata diventano un lungo esercizio da mandare a memoria. La sigaretta, fra le mie dita, resterà sempre un viziosissimo artificio e mai, temo mai, una sana abitudine. In un qualunque pomeriggio di pioggia, solo, senza ombrello, fermo ad aspettare l’autobus, sento il tabacco scivolarmi di dosso fino all’ultima traccia. Così ogni volta non ho imparato niente. Non sono spinto a continuare.

Da dove vengo

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La rivista “Lo Straniero” ha lanciato un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, “tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle più personali”. Su questo numero sono usciti gli interventi di Giulio Angioni,  Paolo Cognetti, Pino […]

L’Exit Strategy di Walter Siti, una “vendetta” contro lo Strega?

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di Leonardo Merlini

Come si sopravvive alla vittoria di un premio letterario nazionale? O meglio alla cerimonia di premiazione? Walter Siti, uno che può tranquillamente essere additato come il Grande romanziere italiano, tra le tante risposte date nella notte dello Strega 2013 ha anche usato l’espressione “modalità zen”. Encomiabile, rispettoso, ma al tempo stesso salubremente distaccato da quella ritualità immutabile dei premi – sulla quale ha scritto pagine virulente e definitive J. Rodolfo Wilcock – Siti si è goduto il trionfo con la bonomia che associamo al suo volto baffuto, ma, a leggere oggi Exit Strategy, il romanzo che esce per Rizzoli e che reca scritto in copertina (non una fascetta editoriale, proprio la sovracoperta) “Dal vincitore Premio Strega”, si ha la sensazione che lo scrittore modenese abbia, in qualche modo, consumato una sua segreta e fredda vendetta nei confronti dell’azzimata cerimonia e della liturgia del Sistema letterario-editoriale italiano. Perché Exit Strategy è un libro che sembra fatto apposta per non piacere a chi legge solo gli scrittori premiati, per disturbare, per fare arrabbiare, anche lettori di livello, e penso ai lamenti social di un altro scrittore importante come Giuseppe Genna.

Il teatro è vocazione – conversazione con Danio Manfredini

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Qualche giorno fa l’attore, regista e cantante Danio Manfredini ha vinto il Premio Ubu alla carriera. Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Graziano Graziani uscita sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma. (Foto: Ilaria Scarpa)

Danio Manfredini è considerato un punto di riferimento per almeno un paio di generazioni di teatranti “senza padri”, che hanno trovato una sorta di fratello maggiore, di punta avanzata a cui riferirsi, nella sua arte dell’attore e nel percorso difforme e personalissimo che Danio ha intrapreso, tra spazi occupati, laboratori con i disabili psichici e radicalità creativa. Oggi che questa sua capacità maieutica viene riconosciuta, con l’affidamento della direzione dell’Accademia d’arte drammatica del Teatro Bellini di Napoli per il triennio 2013-2016, lo abbiamo incontrato per parlare con lui del suo teatro e di cosa vuol dire trasmettere i saperi della recitazione.

Che impronta darai alla tua direzione dell’Accademia?

Che impronta darò? Per me l’approccio è sempre “poco canonico”. Ci saranno le materie tecniche che si studiano in accademia e io nell’insegnamento mi rifarò comunque alla consapevolezza delle convenzioni del teatro. Ma il teatro resta un’arte incerta, anche per me che la pratico. C’è una base di conoscenza, ma quella non risolve i problemi creativi. La conoscenza è un bagaglio necessario per avere gli strumenti adatti, ma è solo il punto di partenza. Il teatro è una forma di apprendimento. E per me è una forma di apprendimento anche l’insegnare.

Perdersi è meraviglioso, di David Lynch

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Pubblichiamo un estratto da Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema di David Lynch e vi ricordiamo il doppio appuntamento dedicato al regista: stasera alla Santeria a Milano con il traduttore Francesco Graziosi e Marco Rossari e domenica al Pisa Book Festival.

Un’intervista a David Lynch
di Kristine McKenna

La seguente conversazione con David Lynch ha avuto luogo nella sua casa sulle colline di Hollywood la mattina dell’8 marzo 1992. Il giorno in cui abbiamo parlato, Lynch era appena tornato a Los Angeles da New York, dove aveva lavorato insieme al compositore Angelo Badalamenti alle musiche dell’imminente adattamento delle sua serie televisiva I segreti di Twin Peaks; il giorno seguente doveva ripartire per Berkeley, dove trascorrerà i prossimi mesi a missare il sonoro del film. Lynch è perennemente in viaggio, e non sorprende che la sua vasta casa a più piani dia la sensazione di una dimora il cui occupante è via per buona parte del tempo. È quasi spoglia – qualche sedia anni Cinquanta, un divano basso e un tavolino – dipinta con colori spenti, e non c’è nulla alle pareti (di recente Lynch ha comprato due stampe della sua fotografa preferita, Diane Arbus, ma non le ha appese). Nella cucina si trovano la sua preziosa macchina del cappuccino insieme a pile ordinate di copioni, video e libri. È la casa di un uomo indaffarato: non c’è alcuna traccia di ozio e relax.

Un ricordo di Lucian Freud

di Richard Newbury Come ci si sente, si chiede Martin Gayford, a posare da amico, oltreché rinomato critico d’arte internazionale, per due ritratti, un olio e un’acquaforte, fatti da un artista che ancora in vita – ha compiuto 88 anni l’8 dicembre – è diventato Old Master, Antico Maestro, e il cui nonno inventò quell’altra […]