Dispacci dalla frontiera: intervista a Francisco Cantù

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato “a tutti coloro che rischiano l’anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale”, restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l’arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un’altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all’università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

Dispacci dalla frontiera. Il confine nel libro di Francisco Cantù

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l’Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.