Cos’è Kafka? Un’indagine

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Una versione ridotta di questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

C’è un’opera di Andy Warhol che non conoscevo, finché non ho letto Olivia Laing parlarne in The Lonely City: Laing racconta che l’artista dei party aveva raccolto per anni gli oggetti e i detriti che le persone si erano lasciati dietro – vestiti, orecchini spaiati, un pezzo di pizza, i biglietti della metro che avevano ricoperto il pavimento della Factory – e li aveva sigillati in seicentodieci scatole, le sue Time Capsule. Non c’è personaggio più lontano da Kafka di Andy Warhol; tra l’alto e sgraziato scrittore di Praga e l’inventore delle celebrità non c’è praticamente niente in comune (anche se leggendo le rispettive biografie viene da dire che tra il desiderio di essere ovunque e quello di non essere affatto, non c’è poi grande differenza), eppure Questo è Kafka? segue lo stesso desiderio nascosto in ognuna di queste identity box, ricordare che certe figure una volta erano state persone, che avevano vissuto, come tutti.

Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

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(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

L’altrove di Felicia e Peppino Impastato

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Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

Dieci note sui vivi e sui morti nell’immaginazione di Emma Dante

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Pubblichiamo la postfazione di Giorgio Vasta al volumetto Le sorelle Macaluso (Glifo edizioni). Il libro contiene l’omonimo testo teatrale di Emma Dante — che ha debuttato a Napoli due anni fa, e continua a girare in Europa — e gli interventi critici di Renato Palazzi, Roberto Giambrone e Giorgio Vasta.

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A Matter of Life and Death. In italiano Scala al paradiso, ma il titolo originale del film del 1946 di Michael Powell ed Emeric Pressburger rende subito esplicito l’argomento: una questione di vita e di morte.

Nella prima scena un pilota dell’aeronautica militare inglese – si chiama Peter, l’attore che lo interpreta è David Niven – discute via radio con June, una radiotelegrafista americana – interpretata da Kim Hunter – mentre il suo aereo, appena colpito da un caccia nemico, sta precipitando nella Manica. Tra allusioni e citazioni, l’autoironia di lui e la commozione di lei, il dialogo tra i due, che non si sono mai incontrati, si risolve nel momento in cui Peter si paracaduta fuori dall’aereo in fiamme certo di andare incontro alla morte. Invece, trascorsa qualche ora, si risveglia in riva al mare, sorpreso di essere sopravvissuto. E la sua sorpresa aumenta quando di lì a poco, fermata una ragazza in bicicletta per domandarle informazioni, riconoscerà nella sua voce quella di June.

Jeff VanderMeer: intervista sull’Area X

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

È difficile intervistare Jeff VanderMeer, americano, editore, collaboratore di «New York Times», «Guardian» e «Washington Post», pluripremiato scrittore impegnato su molti fronti creativi, dalla fantascienza al fantasy, e soprattutto sempre alle prese con scadenze e consegne. Ma alcune domande erano necessarie per capire meglio i suoi Annientamento, Autorità e Accettazione: tre titoli che incutono timore, tre libri usciti negli Stati Uniti a pochi mesi l’uno dall’altro, tre inquietanti storie che compongono la Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy nell’edizione originale), pubblicata in Italia da Einaudi tra maggio e settembre di quest’anno.

L’equazione di Roberto Bolaño

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A pagina 243 dell’edizione Adelphi di 2666, Amalfitano «iniziò a disegnare figure geometriche molto semplici, un triangolo, un rettangolo, e a ogni vertice scrisse un nome, diciamo, dettato dal caso o dalla pigrizia o dalla noia…»

Voglio fare come Amalfitano, con la differenza che non è per pigrizia o per noia ma perché 2666, nonostante sia nuova, grandissima, intatta letteratura, non mi lascia tranquillo: lo scopro che mi guarda dalla libreria, mi fissa come una cornucopia ottusa, come il monolito di 2001.

Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico”

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Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Su Maurice Blanchot

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Pubblichiamo un estratto dal libro Su Maurice Blanchot (Caratteri Mobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti), una raccolta di quattro saggi del filosofo Emmanuel Lévinas sullo scrittore e critico letterario francese, ringraziando l’editore.

di Emmanuel Lévinas

Il modo di rivelare ciò che resta altro malgrado la sua rivelazione non è il pensiero ma il linguaggio della poesia. Il suo privilegio non consiste, nelle analisi di Blanchot, nel portarci più lontano dal sapere. Esso non è telepatico, l’esteriore non è il lontano. Esso è ciò che appare – ma in maniera singolare – quando tutto il reale è stato negato, realizzazione di questa irrealtà. Il suo modo d’essere – il suo genere –consiste nell’essere presente senza essere dato, nel non offrirsi al potere, essendo stata la negazione l’ultimo potere umano, consiste nell’essere il campo dell’impossibile al quale il potere non può aggrapparsi, nell’essere un congedarsi perpetuo da ciò che lo svela. Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato.

Discorsi sul metodo – 15: Andrew Miller

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Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All’inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

Accogliendo babele: intervista a Stefano Ercolino

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di Leonardo Bevilacqua

Stefano Ercolino, classe 1985, è uno studioso italiano di letteratura comparata, dal 2014 docente presso l’Underwood International College, Yonsei University, a Seoul, in Corea del Sud. Nel corso degli studi presso l’Università dell’Aquila, ha avuto modo di frequentare atenei di prestigio internazionale: tra gli altri, Stanford e Berkeley, in California. Il suo percorso, di cui ha scritto anche Remo Ceserani, è esemplare non solo per la sua eccellente formazione accademica ma anche per la precocità e la fecondità dei suoi scritti critici e teorici. Nel 2014, infatti, Ercolino ha pubblicato due monografie: Il romanzo massimalista (Bompiani,poi tradotto in inglese per Bloomsbury) e The Novel-Essay (Palgrave Macmillan).