Il Grande Romanzo Americano di Philipp Meyer

Slug "Arena- Philipp Meyer"

Questo pezzo è uscito su Europa.

Serate passate in veranda a bere whisky col cielo che si tinge di rosso. Indiani sulle tracce di orsi e lupi. Pianure così vuote e uniformi che lasciano vedere la curvatura della terra. Ragazze iscritte al college che cercano un compagno per un ballo cruciale. Nonne che sorseggiano sherry, nonne che regalano collane di perle. Notti texane illuminate dal fuoco dei pozzi di petrolio e la pelle bellissima di una giovane messicana. L’improvviso desiderio di andare in gita a Barton Springs, sdraiarsi sull’erba a guardare la gente nuotare – le coppie che amoreggiano, i ragazzi che giocano a football. Cos’altro raccontare dell’America?

Libri che rischiano di sparire (appena nati). Il secondo romanzo di Veronica Raimo

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Henri Cartier Bresson.)

Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l’agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C’è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l’imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell’azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo.

Quando Teresa si arrabbiò col paradiso

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Tex Avery.)

Delle famiglie infelici – ognuna a modo suo – sappiamo molto. Da Tolstoj a Franzen, da Flaubert a Eugenides, la letteratura si fa carico di raccontare l’amore storpio dei genitori, la rabbia orgogliosa dei figli, l’ubbidienza che cova mostri e la disubbidienza obbligatoria dei pugni in tasca: in che modo tutto ciò genera quel grumo sentimentale, fisiologicamente infetto, strutturalmente irrisolto e irrisolvibile che è la vita in comune di padri madri figli.

Forse per il fatto che le narrazioni hanno bisogno di conflitto, il famigerato «nucleo familiare» è stato e continua a essere covo più che nido, focolaio più che focolare, malattia, precipizio, follia, uno smalto di relazioni edificanti scorticato il quale si sprofonda in frizioni senza fine, in vincoli, in tagliole, in un brulichio di fenomeni che nessuna fiction di prima serata, con la sua difensiva ostentazione di conciliante armonia, riuscirà mai a dissimulare.

Nuove frontiere, la scrittrice apolide e altri viaggiatori

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Questo pezzo è uscito su Colla. (Foto: Zony Maya.)

di Marco Gigliotti

Che poi la libreria Koob non è mica così lontana. Voglio dire, è vero, devi prendere gli stessi mezzi che prenderesti per andare allo Stadio Olimpico – la metro fino a Flaminio, poi il tram fino a piazza Mancini –, ma ci sono due differenze fondamentali: la prima è che non sei circondato da migliaia di tifosi come per le partite di campionato, quindi aspetterai il tram per un minuto e non per un’ora; la seconda è che una volta sceso al capolinea ti basterà girare l’angolo per arrivare a destinazione.

La libreria è accogliente e ben organizzata: ha un angolo bar, una sala presentazioni, un calendario ricco d’eventi. Quello che c’è intorno invece mette un po’ d’angoscia. I quartieri della Roma bene sono a due passi, ma contrastano nettamente con lo spettacolo offerto da piazza Mancini: capannelli di extracomunitari che bevono Peroni da 66 sul marciapiede e poi scalciano le bottiglie contro i muri; una coppia di zingari che rovista nei cassonetti e seleziona i rifiuti senza preoccuparsi di rimettere dentro gli scarti; un settantenne barcollante che bestemmia in romanesco e si lancia di testa contro ogni saracinesca che incontra.

Meglio Foster Wallace o Franzen?

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Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: Joel e Sharon Harris.)

di Leonardo Colombati

C’era una volta la letteratura postmoderna. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma per convenzione (e forse per istinto) certi libri di Gaddis, Barth, Coover, Barthelme, Doctorow, Pynchon e De Lillo venivano sistemati sullo stesso scaffale, accanto magari ai più fantascientifici Ballard, Vonnegut, Heller e Dick, agli “esotici” Rushdie e Cortázar e ai più giovani Antrim, Wallace, Bolaño e Palahniuk.

Cosa avevano in comune questi autori? Per scoprirlo dobbiamo andare indietro fino al 1691, quando William Congreve operò una distinzione che diverrà cruciale: quella fra novel e romance: «Nei romances», scriveva «il linguaggio elevato, gli Eventi miracolosi e le Imprese impossibili, catturano il lettore e lo sollevano a vertiginose altezze di Piacere, ma lo fanno precipitare al suolo ogni volta che sospende la lettura, sì che si irrita per essersi lasciato trasportare e divertire, per essersi preoccupato e afflitto per quanto ha letto […] convincendosi che non sono che menzogne. I novels invece son di Natura più familiare; ci stanno vicini, ci rappresentano i meccanismi degli Intrighi, ci dilettano con Casi ed Eventi curiosi ma non del tutto inconsueti o senza precedenti. I romances suscitano Meraviglia, i novels Piacere».

La tv che non farò mai più

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Questo pezzo è uscito su IL.

A metà degli anni Novanta, David Foster Wallace (1962-2008) fu spedito da Harper’s in crociera di lusso: ne venne fuori un saggio che è ormai un classico della non fiction americana, Una cosa divertente che non farò mai più (minimum fax, 1998). Con abbondanza postmoderna di dettagli si raccontava il divertimento forzato della vacanza tutto compreso, e il senso di morte che l’autore sentiva aleggiare nella nave.

Una puntata dei Simpson uscita quest’anno, e intitolata A totally fun thing that Bart will never do again, celebra quel saggio mandando i Simpson in crociera. È una crociera iperbolica: la nave è così grande da poter ospitare a poppa delle montagne russe, e così sofisticata da offrire ai vacanzieri sessioni di Lego Architecture con Rem Koolhaas.

Romanzi che assomigliano a serie televisive

di Nicola Lagioia Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet […]