Amore e scrittura: intervista a Scott Spencer

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

L’amore è o non è. È l’indubbia impossibilità di rimanere divisi. È l’assenza di compromessi. Esiste solo al tempo presente (non è amore se è stato o sarà). È senza fine. Lo racconta magistralmente Scott Spencer in un romanzo pubblicato in America nel 1979 e oggi felicemente riproposto in Italia. Il libro si chiama Un amore senza fine (traduzione di Francesco Franconeri, Sellerio, pp. 592, 15 euro), venerato da lettori, critica e colleghi scrittori alla sua uscita e negli anni a venire. Un libro di culto che si rivela ancora oggi pieno di grazia, in ogni pagina, evento o sentimento raccontato.

Remo Remotti, genio e disciplina

Remo Remotti (foto Ilaria Scarpa)

Ancora in ricordo di Remo Remotti, ripubblichiamo una delle sue ultime interviste, concessa a Graziano Graziani e uscita originariamente su Paese Sera. (Foto di Ilaria Scarpa)

Nell’immaginario collettivo Remo Remotti c’è entrato in molti modi. Come Siro Siri, l’istrionico vicino di casa di Nanni Moretti in «Bianca», o come l’autore di “Roma Addio”, geniale invettiva sulla Roma anni Cinquanta. Classe 1924, sulla soglia dei novant’anni Remotti si esibisce ancora in vari locali di Roma, come il Beba do Samba di San Lorenzo, e un pubblico di affezionati anche giovanissimi lo segue con affetto. L’anno scorso ha pubblicato una compilation – «Remo!» – che raccoglie i suoi recital più famosi e quattro brani inediti. Noi lo abbiamo incontrato nella sua casa di Roma, vicino piazza Bologna, piena fino all’inverosimile dei suoi quadri e dei dipinti di amici e colleghi pittori.

Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone

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Oggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il “cuntaru” per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l’editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano…

Il sesso che volle farsi Dio

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Non mi sono mai occupata di laicità e di religione. O, quanto meno, non in modo specifico. Mi sono battuta, e continuerò a farlo, contro l’invadenza della Chiesa su scelte che devono essere lasciate alla libertà del singolo –come il testamento biologico, l’aborto, le unioni civili, ecc. -, ma non ho mai avuto simpatia per […]

Letture d’autore: Paolo Benvegnù

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La prima puntata di Letture d’autore è qui. (Fonte immagine)

Da alcune settimane è uscito “Earth Hotel”, ultimo luminoso approdo di una ricerca musicale ed esistenziale mai doma. Dopo “Piccoli fragilissimi film” (2004), “Le labbra” (2008), “Hermann” (2011), il nuovo disco solista conferma come sia difficile, in Italia, trovare un autore più generoso, puro e indipendente di Paolo Benvegnù. 

Che tipo di lettore sei?

A volte costante, a volte molto pigro. Quando trovo qualcosa che mi prende, arrivo a fissarmi e ad andare avanti per mesi con la stessa lettura o lo stesso autore.

Se l’umanità fosse capace di fare un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger

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Forse solo un impero sull’orlo del collasso poteva concepire un’opera così piena di futuro come L’uomo senza qualità di Robert Musil. E forse solo il fantasma di un continente alla comica ricerca della propria identità, com’è l’Europa di questi anni, può compiere il miracolo di calzarlo, simile all’animale fantastico partorito dai deliri di un insonne che trovi finalmente una pozza in cui specchiarsi. Di là il punto d’arrivo, di qua la garanzia che c’è vita oltre la morte, quindi magari anche una risurrezione. E tuttavia non nel segno per adesso di Giovanni ma di Cacania. Soldati che diventano maialini da latte? Vecchi dittatori trasformati in insegne luminose? E cos’è quel fiore, se non il destino di Grete Trakl?

Il discorso di Telemaco

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Ieri al Parlamento europeo Matteo Renzi ha pronunciato il discorso d’apertura del semestre italiano richiamandosi al mito di Telemaco. L’anno scorso Massimo Recalcati in Patria senza padri provava a spiegare perché vedeva in questo mito una chiave per comprendere il rapporto che vive oggi tra le generazioni politiche.

I giovani di oggi assomigliano a Telemaco. Telemaco è il mio personale sviluppo del bambino della Strada. Telemaco che guarda il mare e che si aspetta che qualcosa dal mare torni. Certo, Telemaco si aspetta che dal mare tornino le vele gloriose della flotta invincibile del padre, che dal mare, insomma, torni il padre eroe, sovrano, guerriero e carismatico. E invece Ulisse tornerà dal mare irriconoscibile, come un immigrato, un mendicante, un povero, un vecchio… Telemaco, in un primo momento, infatti, non lo riconosce. Ma è anche questa la sua lezione. Si può riconoscere il padre anche nel sorriso timido di un sindaco. Le nuove generazioni, insomma, sono alla ricerca non tanto di un padre-eroe, quanto di un padre-testimone. Di un padre cioè capace di mostrare, nella propria esistenza singolare, la possibilità concreta di tenere ancora insieme la Legge e il desiderio.

La luce di Kubrick nel buio del futuro

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Si intitola «Un altro ’68. 2001: Odissea nello spazio», l’iniziativa di cittadinanza culturale che si tiene questa sera 6 marzo a Bari (multisala Showille, ore 20). Una serata Kubrick, a 15 anni esatti dalla morte del regista, che sarà aperta dalla performance musicale «Full Music Jacket ’68» del sassofonista Roberto Ottaviano, una breve composizione di brani celebri e composizioni originali. Seguirà un dialogo su Kubrick e le culture del ’68tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e il critico cinematografico Oscar Iarussi. Quindi la proiezione del capolavoro del regista americano Stanley Kubrick, «2001: Odissea nello spazio» (Gran Bretagna/USA, 1968, 140 minuti). L’iniziativa è curata da Michele Bisceglie, Oscar Iarussi, Alessandro Laterza, in collaborazione con Veluvre – Visioni Culturali e Libreria Laterza.

Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

«È un contenuto che non ho mai pensato di formulare in parole». Suonava beffarda la risposta riservata da Stanley Kubrick (SK) a chi gli chiedeva di spiegare una scena o un film come 2001: Odissea nello spazio. Argomentò in un’intervista del 1968 a Eric Nordem di «Playboy»: «Che giudizio daremmo oggi della Gioconda se Leonardo avesse scritto in calce alla tela “Questa signora sorride perché ha mal di denti”, oppure “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”?». L’interlocutore veniva così riportato all’essenza del cinema irriducibile al logos, ovvero alla sua trama di sogni e incubi (Shining, 1980). Secondo il critico francese Michel Ciment – fra i massimi esperti dell’Autore del quale curò la retrospettiva veneziana nel 1997 – Kubrick, Boorman e Malick sono i rari registi contemporanei «che hanno voluto, senza rinunziare agli arricchimenti del parlato, ricongiungersi alle origini della loro arte» (Les conquérants d’un nouveau monde, Gallimard 1981).

Ricordando Julio Cortázar

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Il 12 febbraio del 1984 si spegneva Julio Cortázar, all’età di settant’anni. Settant’anni dedicati alla letteratura, a studiarla, comprenderla e stravolgerla. In questa lettera del 1959 diretta a Juan Barnabé e tratta da Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (edizioni Sur), a parlare è uno scrittore in transizione: prima ancora di mutare il linguaggio letterario e il concetto di romanzo, la gestazione di Rayuela muta l’uomo. Traduzione di Giulia Zavagna.

A Jean Barnabé

Parigi, 27 giugno 1959

Mio caro Jean,

la sua lettera, quella lettera così bella, è arrivata a Parigi quando Aurora e io eravamo a Vienna. Un amico, a cui avevamo prestato l’appartamento, ce l’ha mandata subito, e ho avuto la grande gioia di ricevere vostre notizie proprio quando stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per un silenzio così lungo. A proposito di silenzio, però… sono già passati più di due mesi. Due mesi molto stupidi e assurdi per me, perché pochi giorni dopo aver ricevuto la sua lettera ho preso un colpo tremendo e mi sono rotto la testa dell’omero sinistro (in altre parole, mi sono fratturato un braccio). Una cosa da nulla, in realtà, ma un medico viennese, dimentico del fatto che esercitava la sua professione niente meno che nella città di Freud, ha fatto un’enorme stupidaggine, dicendomi che non valeva la pena di ingessarmi; mi ha tenuto tre settimane con il braccio appeso al collo, e quando mi hanno fatto la radiografia di controllo, quella che doveva essere una piccola frattura si era dilatata di più di due millimetri, e c’era il rischio che l’osso finisse per rompersi del tutto.

Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.