L’amour fou dei promessi sposini

I promessi sposini, Fulvio Abbate

Esiste un mondo parallelo popolato da personaggi improbabili, pappagalli e coleotteri, rinoceronti volanti e dagli imperdibili amici della bella gente, un mondo privo di realtà ma che della realtà prende forma mostrandone l’assurdità e l’ultimo angolo di luce possibile. I promessi sposini (La Nave di Teseo) è quello che si potrebbe definire un racconto morale, […]

LOve: tentativo di esaurimento dell’eros

LOve

Parlare dell’amore, farne un discorso, scivolare oltre l’asse rigido di un Novecento fatto di cultura, politica, eros, società e lasciare che tutto coli e schizzi in un dripping letterario coinvolgente, affabulante e capace di dare forma improvvisa e sfuggente al desiderio. Fulvio Abbate con LOve. Discorso generale sull’amore (La Nave di Teseo) scandaglia l’amore come […]

L’utopia irresistibile: “Zero maggio a Palermo” di Fulvio Abbate

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giacomo Giossi

Quando nel 1990 Zero maggio a Palermo compare per la prima volta nelle librerie il passato non ha ancora preso la forma di una definitiva scatola nera fatta di nostalgia e rimpianto, ma è ancora una materia viva capace di restituire una visione del presente. Gli oggetti di cui è composto il passato non simboleggiano ancora un’epoca che si misura sulla qualità dell’impossibile, ma danno forma ad una possibilità che ancora resiste nel sogno a tratti dolcemente ingenuo di un’utopia del concreto. Un’utopia attiva e praticabile in tutta la sua irresistibile bellezza. Zero maggio a Palermo di Fulvio Abbate racconta così in maniera formidabile un periodo istantaneo che precede il crollo e anticipa la disillusione.

Un romanzo di post-formazione in cui non è la crescita l’elemento cangiante di un percorso intellettuale, politico e formativo che coinvolge i due giovani protagonisti, bensì l’attesa che viene prima della scomparsa. Ale e Dario – i due protagonisti – sono infatti immersi in una onirica quanto palpabile Palermo di fine anni Settanta, in cui il comunismo celebra i suoi riti all’italiana e le sirene dell’anarchia si mischiano con nuovi seducenti amori mentre sullo sfondo si impone ingombrante e invalicabile l’epica dei Beati Paoli.

Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su la Repubblica.

Esiste una pratica letteraria, non formalizzata e non canonica, che potremmo chiamare congedo. È un regolamento di conti – necessariamente provvisorio – con le figure nodali della propria vita. Il combustibile del congedo è un sentimento tanto perentorio quanto elusivo, violentissimo e struggente. Uno stato d’animo che può manifestarsi nella forma della nostalgia, del rimpianto più nero, persino della rabbia davanti all’irreversibilità degli eventi. Perché con il sentire la mancanza è difficile venire a patti. Sentire la mancanza scorre capillare sottopelle, informa di sé ogni pensiero: arriva a essere la filigrana di ogni percezione.