Il silenzio della politica sulle violenze di Genova

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Ripubblichiamo un pezzo uscito su Internazionale, che ringraziamo.

Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito conl’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

Genova, 2001

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(fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l’eco dell’ennesima beffa, dopo il danno atroce: l’agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre “dottor mimetica” o della promozione dell’allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

Genova, il tempo delle scuse

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È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull’irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.