Ventitré cose che ho imparato leggendo “A sangue freddo” di Truman Capote

truman_capote-web

Oggi si discute molto di giornalismo narrativo. Da un paio d’anni con Cristiano De Majo ho messo su un laboratorio di scrittura non fiction in cui ragioniamo su testi non-finzionali appunto (memoir, reportage, inchieste, biografie…) che abbiano valore letterario. A un certo punto non potevamo non imbatterci nella pietra miliare della non-fiction del Novecento, il modello assoluto. Dalla lettura di A sangue freddo ho imparato molte cose. Qui ho provato a elencarne ventitré.

0. La vicenda di A sangue freddo è quella di due assassini, Dick e Perry, che sterminano una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote legge questa notizia sulla cronaca locale, si fa mandare dal New Yorker come inviato e passa circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo. Conosce la piccola comunità della cittadina teatro del delitto, Holcomb, conosce Dick e Perry, accumula 8000 pagine di annotazioni e viene coinvolto dal punto di vista letterario e poi umano da questa storia in modo irreversibile. La storia del rapporto tra Capote e A sangue freddo è raccontata da due splendidi film, uno omonimo di Bennett Miller del 2005 e Infamous di Douglas McGrath del 2006.

Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così.

malinconia

Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D’Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell’anno, etc…

Nazifascismo: «Non è male…»

veneziano

Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.