L’Ungheria e l’Europa: intervista ad Ágnes Heller

1heller

Ágnes Heller, allieva di György Lukács ed esponente di spicco della cosiddetta “scuola di Budapest”, è stata una protagonista della rassegna Libri come, realizzata recentemente all’Auditorium Parco della Musica. L’abbiamo incontrata in quell’occasione.

La filosofa ungherese di origine ebraiche, classe 1929, sopravvissuta all’Olocausto, una delle intellettuali più influenti del Novecento, continua a esercitare la propria dissidenza ed essere una voce critica nel cuore dell’Europa proiettata verso le elezioni di maggio.

In libreria c’è la sua ultima fatica: Orbanismo (Castelvecchi, 65 pagine, 9 euro, traduzione di Massimo De Pascale e Federico Lopiparo). È un’analisi dell’Ungheria e dell’Europa vista da est nel tempo del Premier ungherese Viktor Mihály Orbán.

Barracoon, racconto dall’ultima schiavitù

1barra

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

Brexit e dintorni. “Il taglio” di Anthony Cartwright

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Da Martin Amis ad Ali Smith, attraversando la Middle England di Jonathan Coe, le questioni sociali, politiche e i sentimenti sollecitati dalla Brexit sono già materia narrativa per gli scrittori d’oltremanica.

Alla fine di gennaio, la casa editrice 66thand2nd porterà in Italia il nuovo romanzo di Anthony Cartwright, classe 1973, dal titolo evocativo e di successo The Cut (Il taglio), che immerge il lettore nella terra di mezzo inglese incarnata dalla Brexit. Sono due i protagonisti della storia creata dall’autore. Cairo Jukes, originario di Dudley, città natia di Cartwright, è un ex boxeur simbolo della working class in crisi d’identità. Grace Trevithick, una documentarista affermata, si allontana dalla Londra cosmopolita e benestante per cercare di comprendere nelle viscere del Black Country le ragioni della Brexit. Nonostante le diversità d’estrazione e condizione socioeconomica, riesce a costruire con Cairo un dialogo interessante. «Pensate che il voto sia legato solo all’immigrazione e che siamo tutti razzisti. Vi assicuro che è molto più complesso di così», dice Cairo.

Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar

1kareem

(fonte immagine)

Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

Le Clézio, sotto il cielo di Seul

1leclezio

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Senza carta, penna e inchiostro, ho disegnato e scritto le mie prime parole sulle tessere del razionamento del cibo, usando la matita rossa e blu di un falegname. E mi è rimasto un certo gusto per i supporti ruvidi e per le matite semplici», racconta Jean-Marie-Gustave Le Clézio, classe 1940, insignito nel 2008 del Premio Nobel per la letteratura, che non ha perso il senso del viaggio e della scrittura.

Il suo romanzo più recente, appena tradotto e pubblicato in Italia da La nave di Teseo, porta il lettore in Corea del Sud, alla scoperta di Seul, posando sulla città icona della mondializzazione lo sguardo straniero di una donna giovane e tenace, che approda dalla campagna. Bitna, sotto il cielo di Seul (traduzione di Anna Maria Lorusso, 155 pagine, 18 euro) è la storia della ricerca della libertà di una studentessa povera, che però conosce il potere della parola e intravede quello della letteratura.

I muri che ci dividono

1wall

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Dal Duemila a oggi nel mondo sono stati eretti per ragioni trasversali, dalla regolazione dell’immigrazione a questioni di sicurezza, trenta muri in zone frontaliere. Nei cinquant’anni precedenti se ne contavano dodici, cominciando da quello tra Algeria e Marocco, che risale al 1954.

Tim Marshall, per trent’anni corrispondente della BBC e Sky News, ospite del Festivaletteratura, dopo il successo della pubblicazione Le 10 mappe che spiegano il mondo (Garzanti, 2017), nel saggio I muri che dividono il mondo (Garzanti, 270 pagine, 19 euro, traduzione di Roberto Merlini), che assomiglia a un reportage, percorre non solo figurativamente i cinque continenti sulle tracce dei seimila chilometri di barriere innalzati negli ultimi dieci anni.

Bussole. L’atlante delle frontiere

schengen

(Le immagini sono tratte dal volume)

L’Atlante delle frontiere (Add editore, 140 pagine, 25 euro, traduzione di Marco Aime), scritto e disegnato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, è una bussola che orienta e illumina la complessità del nostro tempo, in cui assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia.

In apertura della propria analisi geopolitica Tertrais, diplomatico francese direttore della Fondazione per la ricerca strategica, fissa una nozione spesso confusa: tutte le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini. Per esempio Cina e Russia hanno impiegato quarant’anni a dividersi 2444 isole fluviali. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita del mondo moderno e comincia nel XVII secolo. Dalla metà del XIX secolo al 1914 il mondo è stato diviso parallelamente alla costruzione degli stati. Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990.

Storia di una donna libera a Srebrenica

35283664_2119399718075594_3900252852240515072_o

(nella foto, Valentina Gagić Lazić)

SREBRENICA. A ventitré anni dalla fine di una delle guerre jugoslave più efferate, nella terra di confine tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, disegnata dal fiume Drina, la città di Srebrenica è piena di barriere invisibili.

In quello che a Potočari, frazione alle porte di Srebrenica, era il quartiere generale delle Nazioni Unite, ora un cartello recita: «Il fallimento della comunità internazionale». L’ONU aveva dichiarato Srebrenica “zona sicura” e nel biennio 1994-’95 la presidiò con un contingente di Caschi blu olandesi, rivelatosi tragicamente non all’altezza e inerte nella missione di interposizione e di protezione dei civili.

Morte in miniera. La tragedia dimenticata di Monongah

images

Nella storia degli Stati Uniti d’America gli incidenti minerari hanno scavato un solco di lutti. Dal 1839 alla fine del Ventesimo secolo in 716 incidenti secondo le rilevazioni ufficiali sono scomparsi oltre 15 mila lavoratori. I dati ricostruiti su fonti giornalistiche ne stimano almeno diecimila in più.

Migliaia di vittime avevano varcato la porta stretta dell’isolotto di Ellis Island alla ricerca di un’occupazione. Nella baia di New York si registrò il picco degli ingressi nel 1907 con 1,004,756 persone accolte, fra le quali 292mila italiani.

Per un nuovo Rinascimento. La visione di Gao Xingjian

Gao Xingjian Exhibition - Nouvelles Encres

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine)

Gao Xingjian, il primo cinese insignito nel 2000 del Premio Nobel per la letteratura, è tante cose insieme: teorico della letteratura, traduttore, romanziere, poeta, pittore e cineasta; ma soprattutto è un uomo libero. Nato a Ganzhou nel 1940, laureatosi nel 1962 all’Istituto di lingue straniere di Pechino, durante la “Grande rivoluzione culturale” fu spedito per cinque anni in un campo di rieducazione. Scriveva in assoluta solitudine, per non mettere in pericolo testimoni con i suoi “reati” intellettuali, e spesso bruciava i manoscritti, affinché non finissero fra le maglie della censura, che non risparmiò le sue opere teatrali considerate sovversive.