In terra d’Africa: come gli italiani colonizzarono l’impero

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Pubblichiamo un pezzo apparso in forma differente sul Tascabile, che ringraziamo.

«La nuova impostazione teorica faceva dell’impero la massima espressione del regime, in cui replicare il meglio della civiltà della madrepatria portando a compimento, su questo terreno di sperimentazione privo di condizionamenti i progetti totalitari fascisti. In questo grande laboratorio biopolitico, l’uomo nuovo avrebbe dovuto trasferirsi in via definitiva per costruire una società nata dall’emigrazione di massa, ma allo stesso tempo selezionata, priva di tutti gli elementi giudicati inadatti per motivi fisici, politici o morali», scrive Emanuele Ertola, ricercatore e autore di In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza), che è anche una storia sociale della colonizzazione.

I nostri briganti. L’emigrazione italiana e il prezzo del pregiudizio

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La teoria della cospirazione e dell’infiltrazione su un tessuto sano del malaffare straniero, spesso assimilato a un modo di essere, a un sentimento indomabile, e all’invasione di immigrati italiani sono state cavalcate quotidianamente per decenni dalla stampa, da sociologi e accademici lombrosiani nordamericani.

Il primo gennaio del 1884 The New York Times asserì in un articolo dal titolo esplicito “I nostri briganti” (Our Brigands):

«Gli italiani che giungono in questo paese con un rispetto ereditario per il brigantaggio, naturalmente pensano che l’America sia un ottimo terreno per il genuino brigantaggio italiano. Ciò che stupisce è che non abbiano mai pensato di impegnarsi in qualche altra attività. La città di New York offre eccellenti possibilità per il brigantaggio del genuino modello italiano».

Da duemila anni. Diario di un ebreo romeno sotto Hitler

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«Morte agli ebrei!» è un grido vecchio, amaro e familiare per il giovane Mihail Sebastian, classe 1907, avvocato noto, critico letterario e autore teatrale a Bucarest fra le due guerre mondiali. Nello sguardo di questo figlio del Danubio, la patria in cui si identificava, acuto osservatore e testimone negli anni dell’ascesa del maresciallo Ion Antonescu del propagarsi dell’antisemitismo, c’è la lacerazione dell’indifferenza che in un giorno diverso dagli altri diventò odio e persecuzione.

Blumkin, il camaleonte della Rivoluzione russa

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il progetto Blumkin (Editori Laterza, 263 pagine, 18 euro, traduzione di Silvia Ballestra) è un’inchiesta storica sui primi dieci anni della Rivoluzione russa, è un racconto di viaggio attraverso l’ex Unione Sovietica, dalle rive del Mar Nero a quelle del Baltico e dalla città di Odessa a San Pietroburgo, che si estende fino a Istanbul, alla regione di Guilan e sui sentieri irti del Tibet, seguendo le tracce del giovane rivoluzionario dai mille volti Jakov Blumkin.

I soldi della ‘ndrangheta nell’economia. Intervista a Antonio Nicaso

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Il fatturato annuo della ‘ndrangheta ammonterebbe a circa 43 miliardi di euro e per almeno tre quarti questa somma è reinvestita nell’economia legale. Nel saggio Fiumi d’oro (Mondadori, 180 pagine, 18 euro) Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, e il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, raccontano come i soldi del traffico di cocaina siano ormai parte integrante del sistema economico su scala globale.

Lo stato del razzismo. Intervista a Margo Jefferson

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

«Ci piace pensare che la storia sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. È la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro», ha scritto Paul Beatty ne Lo Schiavista, che gli è valso il Man Booker Prize.

In queste parole ritroviamo il lavoro di ricerca sulla memoria e sulla lingua che Margo Jefferson, classe 1947, ha concretizzato nel potente Negroland (66thand2nd, 270 pagine, 16 euro, traduzione di Sara Antonelli); un’opera che riesce a unire il saggio storico alla classica autobiografia.

La guerra non è finita. La sentenza Mladić

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La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando Ana Mladić non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, iscritta all’ultimo anno di università a Belgrado, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari di guerra. Per Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco dell’allora esercito noto come VRS (Vojska Republike Srpske), a differenza della figlia c’era invece ancora molto da combattere.

Viaggio nel cuore della Siria

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I bordi della strada che collega Sarajevo a Mostar sono disseminati di lapidi invadenti, le quali esprimono l’urgenza di redifinire l’anima del paesaggio. Quel che si è voluto cancellare, uccidendo, resta una presenza fisica, estremamente umana, finché esiste qualcuno con la forza e la limpidità necessarie a raccontare la distruzione, il cuore in frantumi di uno Stato imploso.

«Scriverai tutto quello che ti dico?».

Memorie d’Africa: l’inchiesta Sankara è ancora aperta

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Thomas Noël Isidore Sankara, classe 1949, è stato assassinato così giovane da ingombrare quasi necessariamente un’eternità. Il 15 ottobre del 1987, quando il Presidente del Burkina Faso cadde vittima di un agguato di stampo terroristico, era nel pieno dei propri trent’anni come fra gli altri Patrice Lumumba e Stephen Biko. Il settimanale Jeune Afrique gli ha dedicato la copertina dell’ultimo numero con la domanda inevasa da trent’anni: Chi ha ucciso Sankara?

I sogni della gioventù tunisina: intervista a Shukri al-Mabkhout

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Correva l’anno 2015. Una settimana dopo aver saputo che il proprio romanzo era stato bandito dalle librerie degli Emirati Arabi Uniti, per riapparire successivamente, Shukri al-Mabkhout ha ricevuto nella capitale Abu Dhabi il più importante premio internazionale per la narrativa araba (International prize for arabic fiction) per il romanzo d’esordio L’Italiano (traduzione dall’arabo di Barbara Teresi, 365 pagine, 18.50 euro), uscito in Tunisia nel 2014 col titolo al Talyānī e recentemente pubblicato in Italia da e/o. Un paradosso evidente che tuttavia non sorprende, e coglie lo spirito dell’opera capace di disvelare ipocrisie e contraddizioni di società sospese tra la conservazione coatta e la rivoluzione.