Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar

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(fonte immagine)

Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

Le Clézio, sotto il cielo di Seul

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Senza carta, penna e inchiostro, ho disegnato e scritto le mie prime parole sulle tessere del razionamento del cibo, usando la matita rossa e blu di un falegname. E mi è rimasto un certo gusto per i supporti ruvidi e per le matite semplici», racconta Jean-Marie-Gustave Le Clézio, classe 1940, insignito nel 2008 del Premio Nobel per la letteratura, che non ha perso il senso del viaggio e della scrittura.

Il suo romanzo più recente, appena tradotto e pubblicato in Italia da La nave di Teseo, porta il lettore in Corea del Sud, alla scoperta di Seul, posando sulla città icona della mondializzazione lo sguardo straniero di una donna giovane e tenace, che approda dalla campagna. Bitna, sotto il cielo di Seul (traduzione di Anna Maria Lorusso, 155 pagine, 18 euro) è la storia della ricerca della libertà di una studentessa povera, che però conosce il potere della parola e intravede quello della letteratura.

I muri che ci dividono

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Dal Duemila a oggi nel mondo sono stati eretti per ragioni trasversali, dalla regolazione dell’immigrazione a questioni di sicurezza, trenta muri in zone frontaliere. Nei cinquant’anni precedenti se ne contavano dodici, cominciando da quello tra Algeria e Marocco, che risale al 1954.

Tim Marshall, per trent’anni corrispondente della BBC e Sky News, ospite del Festivaletteratura, dopo il successo della pubblicazione Le 10 mappe che spiegano il mondo (Garzanti, 2017), nel saggio I muri che dividono il mondo (Garzanti, 270 pagine, 19 euro, traduzione di Roberto Merlini), che assomiglia a un reportage, percorre non solo figurativamente i cinque continenti sulle tracce dei seimila chilometri di barriere innalzati negli ultimi dieci anni.

Bussole. L’atlante delle frontiere

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(Le immagini sono tratte dal volume)

L’Atlante delle frontiere (Add editore, 140 pagine, 25 euro, traduzione di Marco Aime), scritto e disegnato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, è una bussola che orienta e illumina la complessità del nostro tempo, in cui assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia.

In apertura della propria analisi geopolitica Tertrais, diplomatico francese direttore della Fondazione per la ricerca strategica, fissa una nozione spesso confusa: tutte le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini. Per esempio Cina e Russia hanno impiegato quarant’anni a dividersi 2444 isole fluviali. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita del mondo moderno e comincia nel XVII secolo. Dalla metà del XIX secolo al 1914 il mondo è stato diviso parallelamente alla costruzione degli stati. Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990.

Storia di una donna libera a Srebrenica

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(nella foto, Valentina Gagić Lazić)

SREBRENICA. A ventitré anni dalla fine di una delle guerre jugoslave più efferate, nella terra di confine tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, disegnata dal fiume Drina, la città di Srebrenica è piena di barriere invisibili.

In quello che a Potočari, frazione alle porte di Srebrenica, era il quartiere generale delle Nazioni Unite, ora un cartello recita: «Il fallimento della comunità internazionale». L’ONU aveva dichiarato Srebrenica “zona sicura” e nel biennio 1994-’95 la presidiò con un contingente di Caschi blu olandesi, rivelatosi tragicamente non all’altezza e inerte nella missione di interposizione e di protezione dei civili.

Morte in miniera. La tragedia dimenticata di Monongah

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Nella storia degli Stati Uniti d’America gli incidenti minerari hanno scavato un solco di lutti. Dal 1839 alla fine del Ventesimo secolo in 716 incidenti secondo le rilevazioni ufficiali sono scomparsi oltre 15 mila lavoratori. I dati ricostruiti su fonti giornalistiche ne stimano almeno diecimila in più.

Migliaia di vittime avevano varcato la porta stretta dell’isolotto di Ellis Island alla ricerca di un’occupazione. Nella baia di New York si registrò il picco degli ingressi nel 1907 con 1,004,756 persone accolte, fra le quali 292mila italiani.

Per un nuovo Rinascimento. La visione di Gao Xingjian

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine)

Gao Xingjian, il primo cinese insignito nel 2000 del Premio Nobel per la letteratura, è tante cose insieme: teorico della letteratura, traduttore, romanziere, poeta, pittore e cineasta; ma soprattutto è un uomo libero. Nato a Ganzhou nel 1940, laureatosi nel 1962 all’Istituto di lingue straniere di Pechino, durante la “Grande rivoluzione culturale” fu spedito per cinque anni in un campo di rieducazione. Scriveva in assoluta solitudine, per non mettere in pericolo testimoni con i suoi “reati” intellettuali, e spesso bruciava i manoscritti, affinché non finissero fra le maglie della censura, che non risparmiò le sue opere teatrali considerate sovversive.

Il Sudafrica nel giorno di Mandela

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Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo.

Cent’anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l’emancipazione che non è ancora concluso.

Il Sudafrica, e il mondo, hanno appena celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente nel 1994 in un paese ancora lacerato dall’oppressione dell’apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un’altra. La ricorrenza della nascita di Mandela è l’occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze che tuttora segnano la società sudafricana.

La visione di Robert Kennedy, a cinquant’anni dalla sua morte

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Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il senatore Robert Francis Kennedy è deceduto all’una e 44 di oggi, 6 giugno 1968, all’età di quarantadue anni». Frank Mankiewicz, suo portavoce dal 1966, annunciò al mondo la conseguenza fatale dell’attentato della notte precedente, quando nel corridoio delle cucine dell’Hotel Ambassador a Los Angeles Sirhan Sirhan, statunitense di origine giordana, sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie in California, una tappa decisiva nella lunga corsa verso la Casa Bianca.

Pagare o non pagare: intervista a Walter Siti

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Pubblichiamo un articolo apparso sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine).

Nel saggio denso Pagare o non pagare (Nottetempo, 135 pagine, 12 euro), Walter Siti, critico letterario, già insegnante universitario, scrittore, insignito del Premio Strega con il libro Resistere non serve a niente, fa quel che si attende da un intellettuale: svolge un’attività critica e creativa, proponendo una lettura sociale dei movimenti del mercato, del lavoro e del denaro che in parte determinano desideri e costumi.

Siti, senza improvvisarsi economista e senza lasciarsi sedurre da profezie con pretese assolutistiche, analizza lo scioglimento di quella che definisce la catena socialmente consapevole che cinquant’anni fa appariva infrangibile: «Lavorare, essere pagati, pagare, comprare; che è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». Lui, nato in una famiglia operaia, racconta il blocco della mobilità sociale.