I giorni selvaggi di William Finnegan

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Il surf può essere una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. Lo testimoniano le pagine dell’appassionante memoir Giorni selvaggi (66thand2nd, 25 euro, 496 pagine) del giornalista e scrittore William Finnegan, dal 1987 staff writer al The New Yorker. È appena arrivato in libreria questo progetto letterario che ha alle spalle una gestazione lunga vent’anni. L’autore, cresciuto tra Los Angeles e le Hawaii, dà ai lettori la misura di un’ossessione, di un incanto, di una fede assoluta per la tavola e per le onde che rappresentano un modo di stare, rapportarsi e al contempo fuggire dal mondo.

Finnegan ha cominciato a surfare all’età di dieci anni alle Hawaii, dove il padre trasferì la famiglia, conquistando in acqua il rispetto dei coetanei nativi e cavalcando poi da grande viaggiatore le onde migliori nel Sud del Pacifico, in Australia, Asia e Africa. «In natura le onde non sono oggetti stazionari come le rose o i diamanti. Al contrario sono contemporaneamente l’oggetto del più profondo desiderio, dell’adorazione e anche il tuo avversario, la tua nemesi, finanche il tuo nemico mortale. Cavalcarle è una soluzione teoretica all’impossibilità di un problema complesso», dice lo scrittore.

Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole

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(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

Desaparecidos: Quello che cambia con il nuovo governo argentino

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Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell’Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt’altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all’ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

Chiodi storti. Quando l’Italia vinse la Coppa Davis a Santiago del Cile

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La vittoria della prima e finora unica Coppa Davis per l’Italia è stata una felicità triste. A quarant’anni di distanza da Santiago del Cile, Nicola Pietrangeli definisce così il successo e racconta a Minima et moralia quel viaggio complesso, cominciando da un episodio inedito: «All’inizio sulla targa della Coppa Davis, dove c’è scritto 1976, Italia, apparivano solo i nomi dei quattro giocatori. Sarebbe stata l’unica coppa che non citava anche il capitano. La mostrai al Presidente della Federazione Internazionale, che in cinque minuti rimediò allo sgarbo. Questo per far capire l’atmosfera che regnava nei rapporti fra me e il presidente della Federtennis italiana».

Paolo Galgani si ritrovò fra le mani qualcosa di prezioso, che non aveva contribuito a costruire. Diventato la guida del movimento tennistico nazionale, dopo l’uscita di scena di Giorgio Neri, danzò con interessata ambiguità nel clima scandito dalle grida: «Non si giocano volée contro il boia Pinochet!» Sono partiti solo perché io ancora non ero stato eletto, diceva l’avvocato fiorentino. Accadde una settimana dopo la partenza, poi è stato per un ventennio il presidente della Coppa Davis.

Identità molteplici. “Appartenersi” di Karim Miské

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.

L’Europa in seppia di Dubravka Ugreŝić

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

A qualche anno di distanza dall’uscita di un saggio, Cultura Karaoke, che è un libro dentro a tanti libri, Dubravka Ugreŝić ha faticosamente smesso di fumare, ma ha conservato lo stesso sguardo delle sue pagine. La raccolta di riflessioni Europa in seppia (nottetempo, pp. 349, 18.50 euro) parla di un futuro che tarda ad arrivare e di un passato divelto da un montaggio cinematografico privo di emozioni e coscienza.

«Forse solo uno che crede di avere un futuro osa costruire musei», dice. Lei, croata, classe 1949, figlia di un matrimonio misto, scrittrice di romanzi e saggi, che rende un genere letterario alto, mantiene la piacevole aggressività dell’eloquio, della penna, senza smarrire i tocchi di umorismo che la contraddistinguono e l’idiosincrasia per l’etichetta di autrice in esilio.

Chiedi alla polvere

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Gli sguardi dei periti dell’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università Sacro Cuore di Roma rappresentavano la paura. Era il 19 marzo del 1985 quando si fermarono davanti a una nube di polvere d’amianto, dopo aver varcato la soglia dello stabilimento Isochimica, situato nel quartiere Borgo Ferrovia ad Avellino. Da circa tre anni operai, poco più che maggiorenni, raschiavano a mani nude con mascherine di carta sulla bocca la varietà più pericolosa del minerale, il tipo crocidolite, dalle carrozze dei treni delle Ferrovie dello Stato. Le fibre di crocidolite, aghiformi, sono in grado di penetrare a fondo nei tessuti, dove rimangono per tutta la vita, provocando alterazioni irreversibili.

Già nel 1985 Carlo, Nicola, Antonio, Francesco e il gruppo di operai consapevoli avevano iniziato una lotta senza ritorno, che significa ampliare il bagaglio del proprio sapere. Sapevano quel che chiesero di certificare, in un clima generale di omertà che attanagliava la città, ai tecnici del Sacro Cuore: «Quanto abbiamo potuto constatare di persona in fabbrica ci permette già di affermare che non esistono sufficienti condizioni di tutela della salute occupazionale dei lavoratori».

Contro le mafie. Intervista a Nicola Gratteri

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Il magistrato Nicola Gratteri dice di commettere sempre lo stesso sbaglio a tavola: promettere di rinunciare ai peccati di gola prima di partire per l’Emilia Romagna. A Correggio dagli uomini della scorta torna indietro una portata di patate al forno, e lui non si fa pregare. Gerace dista cento chilometri da Catanzaro, e Gratteri non si trasferirà all’eventuale ratifica da parte del Plenum del Csm della nomina a Procuratore capo della nevralgica direzione distrettuale di Catanzaro, che cambia la geografia giudiziaria calabrese. Ama il profumo della sua campagna, il legame con la terra da coltivare e i frutti che essa genera da condividere con gli uomini, le famiglie della scorta che nelle ultime settimane si è alzata di livello.

Gratteri, come detto in corsa per la nomina a capo della Procura della Repubblica di Catanzaro, ha trascorso la vigilia di un passaggio professionale cruciale insieme ad Antonio Nicaso, l’amico di una vita.

Leggere lentamente. Storia di José Pinho, libraio sovversivo

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Pubblichiamo una conversazione con José Pinho, titolare della libreria portoghese Ler Devagar, in Italia per Letti di notte (fonte immagine).

José Pinho è un libraio portoghese di mezz’età, che lavora duro e ha dalla sua parte una dote preziosa: la fantasia che incontra la concretezza. Se corrisponde al vero che i luoghi hanno un’anima, non è una coincidenza che Ler Devagar, libreria educatamente sovversiva, sia sorta negli spazi di una tipografia che nei giorni della rivoluzione stampava fogli ostili alla dittatura. Pinho è nato in una casa con pochi libri. Nel paese natio non c’era una biblioteca. Nell’entroterra portoghese, nel suo piccolo villaggio non arrivavano neanche le biblioteche itineranti. Giunto in città per il liceo ha imparato a distinguere fra le letture consigliate, obbligatorie, e a scegliere il proprio percorso. A sedici, diciassette anni ha cominciato a leggere soprattutto altro dal programma scolastico.

Le lupe di Sernovodsk. Irena Brežná e il racconto della guerra cecena

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Sulle rovine c’è una sola via d’uscita ed è linguistica, sostiene Irena Brežná. Le donne del villaggio ceceno di Sernovodsk, irriconoscibile dopo la razzia dell’esercito russo, le chiedono dove abbia lasciato la macchina fotografica. «Non sono una fotografa, io scrivo», risponde lei con loro grande delusione. La memoria è l’unico strumento di lavoro che la giornalista e scrittrice porta con sé. Si mimetizza e cerca una lingua che sappia descrivere cose che hanno perso il senso originario. Non c’è un vocabolario per le macerie.

La memoria, la lingua e le cose: «Nello scrivere della guerra in Cecenia desidero ardentemente che alla distruzione sia attribuita un’esistenza giusta, linguistica, come è avvenuto per me che mi sono rialzata dall’esilio svizzero nella nuova lingua. Il mio tedesco in ogni parola cela il desiderio di sopravvivere. La mia risurrezione nella lingua tedesca è l’unica cosa che ho ricostruito».