Il paradigma della luce di Gaia Manzini

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In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

Cosa vuol dire perdere una madre

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Questa riflessione di Marco Peano è uscita su Internazionale. Vi segnaliamo che domani, domenica 17 maggio, alle 17 Marco Peano presenta L’invenzione della madre (minimum fax) al Caffè letterario del Salone del libro di Torino insieme a Domenico Starnone.

Nell’Anno del pensiero magico Joan Didion ricorre a due metafore precise per descrivere l’espressione di chi ha subìto da poco un lutto. Per la scrittrice americana il dolore imprime sul viso lo stigma inconfondibile di qualcuno che “esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno” dall’ambulatorio dell’oculista. Didion rafforza l’immagine facendola seguire da un’altra appartenente allo stesso campo semantico: chi è a lutto è simile a qualcuno “che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli”.

Due metafore che hanno a che fare con gli occhi; due metafore quasi opposte: un violento eccesso di luminosità e un repentino calo della vista.

È proprio tramite lo sguardo vigile e dolente di Margherita (Margherita Buy), grazie al primissimo piano dei suoi occhi, che nei minuti iniziali di Mia madre fa la sua comparsa sullo schermo Ada (Giulia Lazzarini). Il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti (che firma sia il soggetto, insieme a Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio; sia la sceneggiatura, scritta con Santella e Francesco Piccolo) introduce così la madre del titolo mostrandola lì dove lo spettatore la vedrà stazionare per la maggior parte del film: in una stanza d’ospedale.

Elena Stancanelli intervista Nanni Moretti

Shots from "Mia Madre"

Questa intervista è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Nella foto, una scena del film Mia madre di Nanni Moretti)

L’ultimo film di Nanni Moretti si intitola Mia madre. Semplicemente. È un film potente, commovente, importante. Racconta il nostro spaesamento di fronte alla morte. La protagonista, Margherita, è una regista che sta girando un film ambientato in una fabbrica. Mentre insieme al fratello Giovanni, ingegnere, assiste la madre – sempre più debole, sempre più confusa – in ospedale.

Incontro Nanni Moretti nel suo studio, alla Sacher Film.  

«Semplicemente… La semplicità… Non so. Cos’è la semplicità? Mia madre mi sembrava il titolo giusto, ecco».

Quell’eccitante vita dopo i figli che probabilmente non vedrete mai

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di Gaia Manzini

Crushed lives – Sex or kids? è un film italiano che forse non avrete occasione di vedere perché in Italia non trova un distributore, nonostante, tra marzo e aprile, sia in concorso al Cinequest Film Festival di San Jose, California, e sia in procinto di vincere un premio al WorldFest di Houston.

È un peccato che non venga distribuito in Italia, non solo perché gli spettatori si perderanno un film leggero e intelligente al tempo stesso, ma anche perché sarebbe stato il perfetto contraltare del sexy-polpettone Cinquanta sfumature di grigio, così scandalosamente artefatto e noioso nonostante manette, bende, fruste, giochi di ruolo, sofisticazione sado-maso. Certo, perché Crushed lives di Alessandro Colizzi, scritto insieme a Silvia Cossu, è un film di puro sesso, tanto quanto altri lo sono di avventura o di guerra, ma non è un film erotico. È un film sul sesso, dove si parla di sesso, anzi si parla solo di sesso, ma non lo si fa mai, neanche in una scena (anzi, solo in una: in macchina, goffo, impacciato, di sicuro non irripetibile).

Turner e l’arte della serietà

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di Gaia Manzini

Vado a vedere Turner con un certo scetticismo, non perché non ami Mike Leigh o William Turner (tutt’altro), ma perché le biografie degli artisti hanno il potere di spiazzarmi. Sembra che partano per raccontare la storia di un processo creativo e invece finiscono sempre per fare altro. Mi ricordo ancora di come Pollock (diretto e interpretato da Ed Harris nel 2000) mi abbia a suo tempo affascinato ma anche fatto infuriare.

La follia, la depressione, l’alcolismo dell’artista sono il nucleo magnetico di tutto l’impianto narrativo, la motivazione forte per la quale si sta raccontando quella storia. Sono descritti in modo estetizzante per il pubblico che ama i geni sregolati, in preda a sofferenze, stranezze e bizzarrie, segni inequivocabili del talento che si ammira, ma che si è ben contenti di non avere. Se sei pazzo che almeno tu sia un genio; se sei un genio sicuramente è perché sei pazzo. Anni fa, davanti al Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh, una conoscente, sconvolta dalla potenza del quadro, mi si avvicina e senza giri di parole esclama: “S’è tagliato un orecchio!”.

Figurine mondiali, seconda parte

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico

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Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?