Quel profondo senso di indulgenza: la trilogia amorosa di Jenny Offill

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Volevo che ogni giornata fosse così, che iniziasse nella paura e nella vergogna, e che finisse con una gloriosa rassicurazione.

In uno spazio inospitale e povero d’amore com’è il presente, scritture come quelle di Jenny Offill possono seriamente fornirci uno strumento di resistenza alla realtà, resuscitando un profondo senso di indulgenza andato perduto.

Offill è stata pubblicata a partire dal 2015 da NN Editore, e tradotta da Gioia Guerzoni e Francesca Novajra. Si chiamava Sembrava una felicità, quel breve primo romanzo, che inaugurava, oltre all’ingresso in Italia di un’autrice tra le più brillanti del panorama americano attuale, l’inizio di una nuova avventura editoriale.

Amare, lottare, lavorare. La storia di Gianni Rodari raccontata da Vanessa Roghi

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Ricostruire la figura di un intellettuale a partire dal suo vissuto politico è un’operazione a cui il tempo ci ha progressivamente disabituati. Eppure di militanza e poetica è fatta gran parte della letteratura italiana del Novecento, da Luciano Bianciardi a Cesare Pavese, da Antonio Gramsci a Beppe Fenoglio, da Italo Calvino a Leone Ginzburg.

In una costellazione ricchissima come questa è raro veder spiccare il nome di Gianni Rodari, che è stato invece tra i più grandi e illuminati intellettuali militanti del secolo scorso, una figura fondamentale del panorama culturale italiano, che didattica e cultura hanno progressivamente spogliato della propria complessità e dei propri connotati eversivi.

Una saga invisibile. “Nozze sul Delta” di Eudora Welty

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Amante di Anton Čechov, Virginia Woolf e William Faulkner, Eudora Welty è stata tra le più grandi e importanti narratrici del Novecento. Proprio con Faulkner, che era suo conterraneo (venivano entrambi del Mississippi, lui da New Albany e lei da Jacksonville), le capitò di andare a cena, salvo poi smarrire un suo biglietto scritto a matita, con cui lo scrittore – secondo un racconto che Welty avrebbe fatto nel ’72 a Linda Kuehl, che la intervistava per «The Paris Review»  – la incoraggiava a rivolgerglisi per qualunque consiglio, elogiandone il talento e probabilmente corteggiandone la bellezza non convenzionale.

Giovani cuori in lacrime: “Il vento selvaggio che passa” di Richard Yates

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Una storia che funziona può essere raccontata anche mille volte, e Richard Yates ne sapeva qualcosa. A chiunque gli chiedesse perché nei suoi libri fosse così presente la tematica familiare, rispondeva: «Non c’è altro di cui scrivere». Lo avrebbe dimostrato con romanzi come Easter parade e Revolutionary Road, in cui la famiglia perde e riacquista di continuo i suoi connotati positivi per trasformarsi spesso e volentieri in uno spazio insalubre, sfibrante e infelice.

Autore fondamentale per la lettura dell’America degli anni Sessanta e Settanta non meno di Carver o Cheever, Yates sarebbe morto a sessantasei anni senza aver goduto di particolari riconoscimenti o celebrazioni.

Il passato è un bel posto dove stare: Judith Schalansky e l’Inventario di alcune cose perdute

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Scrittrice, tipografa e designer tedesca, Judith Schalansky conosce bene la nostalgia che si può provare nei confronti di qualcosa che non si è mai conosciuto, la mancanza fantasmatica che si avverte talvolta a dispetto dell’esperienza. E se davvero ciò che chiamiamo “tempo” non è nient’altro che una convenzione che utilizziamo per ordinare il mondo e provare a trovare un posto al suo interno, il suo Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, traduzione di Flavia Pantanella) è un esercizio di memoria retrospettiva.

Disegnare l’assenza: la città sommersa di Marta Barone

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È un libro da cui non si fa ritorno Città sommersa di Marta Barone, pubblicato da Bompiani lo scorso gennaio e adesso candidato al Premio Strega. Un libro colmo di «corrispondenze occulte», e attraversato da «un senso di separatezza segreta», in cui resiste centrale il tentativo di dare volto a certi personaggi misteriosi che talvolta abitano la nostra vita, e di cui scopriamo la complessità solo in un tempo a posteriori.

Di questo si occupa Marta, che dopo aver tentato senza fortuna di scrivere un romanzo contrario, si riconcilia con l’autobiografia nel tentativo di (rin)tracciare l’identità del padre, scappato dalla Puglia per studiare medicina a Roma, e in seguito entrato a far parte dei movimenti politici operai nella conturbante Torino degli anni Settanta.

La ragazza nel portabagagli: storia del genio incompreso che qualcuno chiamò «il vero Fitzgerald»

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Nella sua postfazione intitolata Appuntamento a Gibbsville, Stefano Friani racconta tutto ciò che c’è da sapere sull’identità di John Henry O’Hara: il brutto carattere, il disperato bisogno di un doppio, i meritati benché intermittenti e tardivi successi (tra cui il National Book Award del 1956), la militanza presso il New Yorker e la mastodontica produzione letteraria – sedici romanzi e circa quattrocento racconti, che pure non riuscirono a fargli conquistare la simpatia di un pubblico che si sarebbe equamente diviso, sul suo valore di uomo e scrittore, tra scettici e ammiratori.

Nessuno è come qualcun altro: quindici nuove ragioni per vivere nell’ultima antologia di Amy Hempel

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«Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

“Papaya Salad”, l’epopea orientale di Elisa Macellari

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Se la letteratura vive d’immagini, il fumetto vive di suoni. Ed è per questo che i fumetti più belli sono quelli che riescono a generare una musica attraverso il segno, a rendere tattili le parole e vibranti i rumori – come in quelle stanze insonorizzate in cui anche l’andamento di un respiro può essere in grado di comporre una melodia.

Questa specie di magia è una delle peculiarità più lampanti di Papaya salad, la graphic novel di Elisa Macellari che BAO Publishing ha pubblicato a settembre 2018, e che in nei giorni scorsi è stata ospite del Festivaletteratura di Mantova (sintomo che le cose preziose hanno di solito vita lunga).

La papaya salad – un piatto tipico della Thailandia a base di lime, peperoncini, zucchero di palma, arachidi, pomodorini, gamberetti e papaya acerba – è il fulcro da cui si snoda la colorata epopea del giovane Sompong, che negli anni Trenta decide di abbandonare la facoltà di medicina per arruolarsi nell’esercito, imparare le lingue e scoprire il mondo.

Luca Mercadante e i ruggenti anni novanta di “Presunzione”

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Era da tempo che non compariva, tra quelli di casa nostra, un romanzo politico intelligente, ben scritto, dotato di strafottente vitalità. Luca Mercadante ce ne ha donato uno – Presunzione –, di cui già avevamo avuto un assaggio grazie alla menzione del Premio Calvino dell’anno scorso. Un libro che si affaccia nel panorama degli esordienti con coraggio, e con una storia – quella di un giovane ambizioso e arrogante che schifa la provincia e le ipocrisie di quelli che lo circondano, famiglia compresa – che bene inquadra l’Italia dei primi anni Novanta, quella della leva obbligatoria, dell’istituzionalizzazione della camorra, ma anche quella più ruggente e assoluta di un diciottenne in rotta con gli ultimi avamposti illusori dell’adolescenza.

Bruno Guida, cresciuto a Villa Literno, non si fa incantare dalle promesse facili di una vita d’obbedienza e d’ufficio: si aspetta grandi cose dalla vita, le pretende; e benché non gli occorrano autorizzazioni cerca di meritarsele, mordendo sempre la mano di chi vuole addomesticarlo.