Lì dove mancano le parole. Scrittori al Baobab

baob

PPubblichiamo un pezzo uscito su Il Dubbio.

di Gaja Cenciarelli

Che lì c’è – anzi, c’era – il Baobab lo capisci subito perché in fondo a via Cupa si vede una macchia scura. Quando arrivo io, poco prima delle sette di sera, i volontari stanno servendo la cena. C’è molta gente che conosco tra le persone che riempiono i piatti, qualcuno di loro lavora nell’editoria. Le persone fanno la fila un paio di volte, forse più. Una donna allatta al seno un neonato sotto una tenda. Due ragazzi di colore appena arrivati mi sorridono e mi dicono ciao.

I locali che prima erano il centro di accoglienza per i rifugiati sono stati restituiti al legittimo proprietario, che ha fatto causa al Comune di Roma e l’ha vinta. Fino a un’ora prima ha diluviato: saranno comunque probabilmente costretti a dormire all’aperto. La gente che incontro ha storie terribili: le donne sono state violentate, salvo quelle in stato di gravidanza. Fuggono dalle bombe, gli uomini sono stati torturati, tutti hanno attraversato a piedi il deserto. Anche ieri sono arrivate altre decine di persone, conoscono il Baobab e vengono direttamente qui.