Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino

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Conversazione con Gianluca Didino, che ha curato la postfazione a “The weird and the eerie” di Mark Fisher (pubblicato in Italia da minimum fax, con la traduzione di Vincenzo Perna).

Ambiguità e potenza dei luoghi: “Spiagge bianche” di Geoff Dyer

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«La potenza del luogo nasce, in parte, dall’impossibilità di identificarne la vera natura», scrive Geoff Dyer osservando le Watts Towers di Los Angeles, una serie di tralicci metallici di forma conica decorati con materiali di risulta, dai cocci di vetro ai tappi di bottiglia, «ciarpame avanzato dopo che la parte apparentemente di valore era stata già presa e utilizzata». Visitando questo esempio di architettura spontanea – alla cui costruzione il suo autore, un immigrato italiano che si chiamava Sam Rodia, lavorò dal 1921 al ’54 – Dyer si rende conto che ci sono spazi davanti ai quali il linguaggio esita, non trova le parole, o almeno non quelle che descrivono ciò che si vede,e allora procede per supposizioni e similitudini, per fantasticazioni.

Sabbie bianche: i nuovi saggi di Geoff Dyer

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Geoff Dyer eccelle come sempre nell’arte della divagazione. Vaga e divaga nei suoi libri, facendo della sua opera la diretta applicazione della celebre frase di John Lennon: “La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altro”.

Nella sua nuova raccolta di saggi, White Sands. Experiences from the Outside World (Pantheon Books, pagg. 256, $ 25), Dyer scrive della vita che gli capita mentre in solitario o con la moglie attraversa il mondo in lungo e largo. E la vita diventa di colpo molto più interessante di luoghi e personaggi promessi nei titoli dei suoi brevi reportage di viaggio.

Una strada per il romanzo: Jeff VanderMeer e Tom McCarthy

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Negli anni 70 il disegnatore e grafico Gunter Rambow produsse per la casa editrice S. Fischer Verlag undici poster che comunicavano il concetto di meta-letterarietà. Le immagini rappresentavano mani che fuoriuscivano dalla copertina per reggere il libro, libri come porte o come finestre, libri che contenevano tutte le facce di una immensa folla. Il lavoro di Rambow esprimeva un’idea piuttosto diffusa all’epoca, veicolata da diverse discipline (post-strutturalismo, semiotica, studi culturali, reader-response criticism), secondo la quale il testo non poteva essere confinato nella dimensione del libro. Roland Barthes parlava della «impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita» (Il piacere del testo, prima ed. it. Einaudi 1975). Tutto questo costituiva una parte importante di quello che già allora qualcuno definiva postmoderno.

Geoff Dyer e l’orrore snervante dello svago infinito

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer – uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione – sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.